Budapest, 4 febbraio 2026 – Il Tribunale di Budapest ha emesso una sentenza significativa nel processo che vede coinvolti attivisti antifascisti europei. In particolare, è stata inflitta una condanna a 7 anni di reclusione in contumacia a Gabriele Marchesi, giovane militante antifascista italiano, mentre l’attivista tedesca Maja T. è stata condannata a 8 anni di carcere. Un’altra militante del gruppo, Anna Christina Mehwald, ha ricevuto una pena di due anni e mezzo con la condanna sospesa. Tutti e tre gli imputati hanno presentato ricorso, così come ha fatto la procura per chiedere un aggravamento delle pene.
La vicenda giudiziaria e le condizioni di detenzione di Maja T.
Il caso di Maja T., 24 anni, attivista non binaria, è al centro di un’attenzione internazionale per le condizioni drammatiche in cui si trova detenuta in Ungheria. Arrestata per la partecipazione a un’aggressione contro estremisti di destra durante le manifestazioni del Giorno dell’onore a Budapest nel febbraio 2023, rischia fino a 24 anni di carcere. Dopo la sua estradizione dalla Germania nel giugno 2024, nonostante un blocco della Corte costituzionale tedesca, Maja ha rifiutato la proposta di patteggiare una pena di 14 anni.
Da quindici mesi è in isolamento, con limitatissimi contatti con altri detenuti, condizioni igieniche precarie e mancanza di assistenza medica adeguata. Ha denunciato la presenza di cimici e scarafaggi nella sua cella, una sorveglianza costante tramite videocamera e un regime di sveglia imposto alle prime ore del mattino. La sua storia è raccontata nel documentario “The Trials” della regista italiana Marta Massa, presentato al Festival dei Popoli di Firenze.
Gabriele Marchesi: il rifiuto della consegna e il rischio di trattamenti inumani
A Milano, la Corte d’Appello ha recentemente deciso di lasciare libero Gabriele Marchesi, che si trovava agli arresti domiciliari in Italia in attesa dell’estradizione richiesta dall’Ungheria. La decisione si basa sul rischio concreto di un trattamento inumano e degradante nelle carceri ungheresi e sulla fondatezza di timori riguardo la violazione dei diritti fondamentali. La Corte ha inoltre rilevato la mancanza del principio di proporzionalità nel mandato di arresto europeo, che prevede pene tra i 2 e i 24 anni per fatti che nel sistema italiano sarebbero giudicati diversamente.
Il sostituto procuratore Cuno Tarfusser ha sottolineato come questa decisione non rappresenti uno “schiaffo” all’Ungheria, ma piuttosto una constatazione del progressivo allontanamento del Paese dagli standard europei in materia di giustizia e diritti umani. La prossima udienza sul caso Marchesi è fissata per il 13 febbraio a Milano, mentre restano ancora aperti i dubbi sulle risposte fornite dalle autorità ungheresi riguardo alle condizioni carcerarie e all’indipendenza della magistratura.






