Un nuovo fronte di guerra si è aperto in Medio Oriente, riportando la tensione internazionale ai livelli più alti degli ultimi anni. Stati Uniti e Israele hanno avviato un’operazione militare coordinata contro l’Iran, segnando un passaggio potenzialmente decisivo nello scontro tra Teheran e l’asse occidentale. L’offensiva, denominata “Ruggito del Leone”, sarebbe stata pianificata da tempo e, secondo fonti israeliane, dovrebbe durare diversi giorni. I raid avrebbero un’estensione superiore rispetto alle operazioni precedenti, coinvolgendo non solo infrastrutture strategiche ma anche aree urbane e centri sensibili del Paese.
La morte di Khamenei e le dichiarazioni di Katz
Come evidenziato da un’analisi dell’Istituto per gli studi di Politica Internazionale (ISPI) In seguito agli attacchi iniziali è stata confermata la morte della guida suprema iraniana Ali Khamenei. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha definito l’azione un intervento preventivo destinato a neutralizzare minacce imminenti contro Israele, annunciando contestualmente lo stato di emergenza. Il presidente statunitense Donald Trump ha confermato il coinvolgimento americano, sostenendo che l’operazione sia necessaria per proteggere cittadini e interessi degli Stati Uniti e accusando Teheran di aver tentato di ampliare il proprio programma nucleare dopo aver respinto le recenti proposte negoziali.
Le prime ricostruzioni indicano attacchi condotti sia via mare sia via terra, con velivoli americani decollati da basi regionali e portaerei. L’Iran ha già promesso una risposta militare contro Israele e contro le installazioni statunitensi in Medio Oriente, mentre le sirene d’allarme hanno iniziato a risuonare in diverse città israeliane. L’ingresso diretto degli Stati Uniti nello scontro con Teheran alimenta un clima di forte incertezza, in cui l’attenzione globale si concentra sulle possibili conseguenze di un conflitto su larga scala.
Il contesto geopolitico dell’attacco
L’offensiva arriva in un momento particolarmente delicato per l’Iran, già indebolito da tensioni interne e da un ridimensionamento della propria influenza regionale. Negli ultimi mesi la postura americana in Medio Oriente si è fatta più assertiva, mentre Teheran ha dovuto affrontare crescenti difficoltà economiche e politiche.
Le proteste interne, inizialmente legate a questioni economiche, hanno costretto l’apparato di sicurezza a concentrarsi soprattutto sul controllo domestico. Dopo gli eventi del 7 ottobre, la Repubblica islamica si era già trovata esposta a una pressione internazionale crescente, aggravata da fragilità economiche e da un progressivo isolamento regionale. L’evoluzione del conflitto mediorientale ha inoltre rafforzato la presenza statunitense nell’area, aumentando la pressione sull’Iran e sui suoi alleati e creando le condizioni strategiche in cui l’attacco odierno ha potuto maturare.
L’origine delle proteste interne in Iran
Dalla fine di dicembre 2025 l’Iran è stato attraversato da una nuova ondata di proteste, innescata dall’aumento del costo della vita e dal crollo del rial, che ha raggiunto minimi storici sul mercato parallelo tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026. Il drastico calo del potere d’acquisto ha colpito soprattutto le aree urbane e il tessuto commerciale.
Le prime mobilitazioni sono nate nei bazar e nelle grandi città, con scioperi e chiusure di attività commerciali legate all’aumento dei prezzi dei beni essenziali. In pochi giorni, tuttavia, la protesta ha assunto una dimensione politica più ampia, trasformandosi in una contestazione diretta contro la leadership della Repubblica islamica e contro l’intero sistema di potere.
Dopo un iniziale tentativo di dialogo, le autorità hanno adottato una linea repressiva caratterizzata da arresti di massa, uso della forza e un blackout delle comunicazioni durato quasi tre settimane. Tra gennaio e febbraio 2026 la crisi interna ha iniziato a produrre effetti anche sul piano internazionale: Donald Trump ha prima minacciato un intervento militare in risposta alla repressione, per poi utilizzare la prospettiva dell’azione armata come leva negoziale per spingere Teheran a riaprire il dossier nucleare. In questo modo, instabilità interna e strategia geopolitica sono diventate elementi strettamente intrecciati.
Repressione e controllo dell’informazione
Fin dalle prime fasi delle proteste, la risposta dello Stato iraniano è stata segnata da una repressione sistematica. Arresti su larga scala e uso della forza sono stati accompagnati da un crescente ricorso agli internet shutdown come strumento di controllo politico.
Dall’8 gennaio 2026 il governo ha imposto un blackout quasi totale della rete, durato oltre venti giorni, con accessi limitati e intermittenti che hanno reso difficile documentare gli eventi e coordinare le mobilitazioni. Nonostante la pressione interna, il sistema di potere ha mostrato una notevole capacità di resistenza grazie a una struttura fortemente centralizzata e alla lealtà delle Guardie della Rivoluzione e dei servizi di intelligence.
L’assenza di una leadership unitaria delle proteste, insieme alla frammentazione territoriale e al controllo dell’informazione, ha impedito che la mobilitazione si trasformasse in una sfida politica organizzata. Il regime ha così adottato una strategia di contenimento selettivo, basata su repressione mirata e deterrenza, evitando concessioni sostanziali ma anche un collasso immediato.
I precedenti scontri dell’Iran con Israele e Stati Uniti
L’attacco attuale si inserisce in una sequenza di escalation recenti. Nel giugno 2025 le forze aeree statunitensi avevano già bombardato infrastrutture legate al programma nucleare iraniano, segnando un passaggio storico. Nei giorni precedenti si era svolta quella che Donald Trump aveva definito la “Guerra dei 12 giorni”, iniziata con raid israeliani contro obiettivi iraniani tra il 12 e il 13 giugno.
Il governo guidato da Benjamin Netanyahu aveva presentato quell’operazione come un intervento preventivo per impedire a Teheran di acquisire armi nucleari. In quell’occasione Trump autorizzò anche il bombardamento del sito nucleare di Fordow, salvo poi imporre un cessate il fuoco immediato, rinviando quella che alcuni osservatori consideravano una possibile offensiva decisiva contro la Repubblica islamica.
Una crisi che affonda le radici negli anni precedenti
Lo scontro del 2025 rappresentò il primo confronto diretto ad alta intensità tra Iran e Israele con il coinvolgimento americano, ma le tensioni erano già esplose nei mesi precedenti. Nel 2024 due gravi escalation avevano visto lanci di droni e missili reciproci e raid aerei israeliani contro obiettivi iraniani.
Le radici della crisi risalgono però agli eventi del 7 ottobre 2023, quando l’attacco di Hamas a Israele portò all’allargamento del conflitto ai gruppi legati all’Iran, tra cui Hezbollah in Libano, gli Houthi in Yemen e altre milizie sciite regionali. L’indebolimento di Hezbollah e la caduta del regime di Bashar al-Assad in Siria hanno ridimensionato quello che era considerato il principale sistema di deterrenza regionale iraniano, insieme al programma missilistico.
Il ruolo strategico degli Stati Uniti nella regione
Dal 1979, anno della rivoluzione islamica, Washington considera l’Iran una potenza ostile. Gli interessi americani in Medio Oriente sono storicamente legati alla sicurezza energetica e alla protezione degli alleati regionali, in particolare Israele e le monarchie del Golfo.
Il Golfo Persico resta centrale per la presenza militare statunitense, sia per le risorse energetiche sia per il controllo di rotte marittime strategiche come lo Stretto di Hormuz. Nel corso dei decenni la politica americana verso Teheran ha oscillato tra contenimento e dialogo: sanzioni e isolamento diplomatico da un lato, tentativi negoziali dall’altro, culminati nell’accordo nucleare del 2015 (JCPOA), pensato per limitare il programma atomico iraniano in cambio di un alleggerimento delle sanzioni.
Il nodo del programma nucleare dell’Iran
Il dossier nucleare continua a rappresentare il centro delle crisi tra Iran, Israele e Stati Uniti. Prima dei bombardamenti americani del giugno scorso, Israele sosteneva che Teheran fosse vicina alla bomba atomica, mentre l’Agenzia internazionale per l’energia atomica tendeva a ridimensionare queste valutazioni.
Oggi, con l’indebolimento dell’“Asse della resistenza”, non è escluso che le componenti più radicali dell’élite iraniana possano considerare il ritorno al programma nucleare come l’unico strumento per ristabilire una deterrenza credibile. L’arma atomica potrebbe essere percepita come una risposta strategica alla superiorità militare israeliana e ai recenti attacchi congiunti condotti da Israele e Stati Uniti sul territorio iraniano, aprendo scenari ancora più complessi per la stabilità dell’intera regione.






