Napoli, 26 febbraio 2026 – L’inchiesta sulla tragica scomparsa di Domenico Caliendo, il bambino di soli 30 mesi deceduto in seguito a un trapianto cardiaco fallito presso l’ospedale Monaldi di Napoli, si arricchisce di dettagli inquietanti. Al centro degli accertamenti giudiziari vi è la gestione dell’organo arrivato da Bolzano, che sarebbe giunto a destinazione compromesso a causa di una conservazione errata. L’ipotesi degli inquirenti è che il ghiaccio secco abbia letteralmente “bruciato” i tessuti, rendendo l’organo inutilizzabile.
Il disperato tentativo in sala operatoria
Le deposizioni di tre infermieri presenti durante l’intervento descrivono scene drammatiche. Secondo quanto riportato da Repubblica, il personale sanitario avrebbe tentato ogni manovra possibile per recuperare il cuore, che si presentava completamente congelato al momento dell’arrivo. I testimoni hanno riferito di aver provato a decongelarlo progressivamente, utilizzando prima acqua fredda, poi tiepida e infine calda. Nonostante lo stato critico del muscolo cardiaco, il chirurgo Guido Oppido — attualmente tra i sette indagati — decise di procedere comunque con l’innesto. Una scelta dettata dall’estrema necessità: il cuore originario del piccolo era già stato rimosso e non vi erano altre opzioni per salvarlo.
Il dolore e i presentimenti del padre sul trapianto
Parallelamente al fronte giudiziario, emerge il profilo umano e il dolore della famiglia attraverso le parole di Antonio Caliendo, padre del bambino. In un colloquio con il Corriere della Sera, il trentanovenne ha confessato di aver vissuto un forte momento di esitazione la sera prima dell’operazione, quasi un presagio che lo aveva spinto a voler riportare il figlio a casa. Solo l’intervento di un amico lo aveva convinto a proseguire. Oltre allo strazio per la perdita, l’uomo ha espresso forte amarezza nei confronti della struttura ospedaliera, lamentando una totale mancanza di dialogo e trasparenza da parte dei medici dopo l’accaduto.



