Milano, 8 marzo 2026 – È stato rinviato al 17 marzo il dibattimento davanti al Tribunale del Riesame di Milano riguardante la richiesta di arresti domiciliari per Carmelo Cinturrino, l’assistente capo di polizia attualmente detenuto nel carcere di San Vittore con l’accusa di omicidio volontario per la morte di Abderrahim Mansouri, il 28enne ucciso nel boschetto di Rogoredo il 26 gennaio scorso durante un controllo antidroga.
Slitta l’udienza per la difesa: necessità di approfondimenti
La richiesta di rinvio è stata avanzata dagli avvocati Marco Bianucci e Davide Giugno, subentrati al precedente legale Piero Porciani. I nuovi difensori hanno motivato la scelta con la necessità di ulteriori approfondimenti sulla complessa ricostruzione dei fatti e per esaminare con attenzione tutta la documentazione depositata dalla Procura, che include gli atti relativi alla misura cautelare disposta dal gip Domenico Santoro lo scorso 25 febbraio. L’accesso agli atti è stato consentito solo giovedì scorso e l’ingresso in cancelleria venerdì è stato impedito dall’allarme bomba che ha colpito il palazzo di giustizia.
Le accuse a Cinturrino
Cinturrino ha sempre respinto l’accusa di omicidio, sostenendo di aver agito in legittima difesa. Tuttavia, la vicenda è al centro di un’indagine molto complessa che ha fatto emergere dettagli inquietanti sull’attività dell’agente nel quartiere tra Corvetto e Rogoredo, zona nota per il traffico di droga. Numerose denunce da parte di colleghi, spacciatori e tossicodipendenti hanno portato il pubblico ministero Giovanni Tarzia e il procuratore Marcello Viola a indagare su presunti episodi di richieste di “pizzo” e violenze, tra cui pestaggi ai danni di spacciatori, che coinvolgerebbero anche altri membri della squadra operativa del commissariato di viale Mecenate.
Tra le accuse più gravi vi sono quelle di aver favorito alcuni spacciatori in cambio di denaro, un comportamento che avrebbe isolato Cinturrino all’interno della Questura e suscitato sospetti anche tra i suoi stessi colleghi, alcuni dei quali indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso. La famiglia della vittima ha parlato apertamente di una possibile “vendetta” da parte dell’agente nei confronti di Mansouri, che sarebbe stato temuto come un avversario.
Le indagini proseguono per chiarire ogni aspetto di questa intricata vicenda e per verificare la reale dinamica dello sparo che ha causato la morte di Mansouri, avvenuto a circa 30 metri di distanza, nonché le responsabilità di tutti i soggetti coinvolti nelle operazioni antidroga di quella sera.



