Per quasi sessant’anni la storia delle foibe è rimasta ai margini della memoria collettiva italiana. Solo nel 2005, con l’istituzione del Giorno del Ricordo, il Paese è stato chiamato ufficialmente a commemorare migliaia di italiani torturati, uccisi e gettati nelle cavità carsiche della Venezia Giulia, dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia tra il 1943 e il 1947. Una ferita profonda, che ancora oggi suscita divisioni, ma che riguarda una tragedia storica ormai documentata.
Foibe, come tutto è iniziato: il vuoto di potere dopo l’8 settembre
Le violenze si inserirono nel caos seguito al crollo dello Stato italiano. Dopo la caduta del fascismo e l’armistizio dell’8 settembre 1943, l’esercito si dissolse e le regioni di confine orientale rimasero senza protezione. In questo vuoto di potere avanzarono i partigiani jugoslavi guidati da Josip Broz Tito, decisi a consolidare il controllo su territori a lungo contesi e segnati da anni di dura italianizzazione forzata durante il ventennio fascista.
Le prime stragi e la logica della vendetta: iniziano le foibe
La prima ondata di infoibamenti colpì tra il 1943 e il 1944. Fascisti, funzionari statali, militari, ma anche semplici civili italiani non allineati al nuovo potere comunista furono bollati come “nemici del popolo”. Arrestati, torturati e uccisi, finirono nelle foibe dell’Istria e della Dalmazia. Fu l’inizio di una violenza sistematica che non si limitò alla resa dei conti con il fascismo, ma assunse presto i tratti di una pulizia politica e nazionale.
Il 1945 e l’esplosione della violenza
Con il crollo del Terzo Reich nella primavera del 1945, nulla frenò più l’avanzata jugoslava. L’Istria e Fiume vennero occupate, mentre Trieste fu contesa fino all’arrivo degli Alleati. In quei mesi si consumò la fase più sanguinosa: migliaia di italiani furono eliminati, gettati vivi nelle foibe o deportati nei campi sloveni e croati. Le stime sulle vittime variano, ma gli storici concordano su un bilancio complessivo che raggiunge almeno ventimila morti tra il 1943 e il 1947.
La brutalità degli infoibamenti
Le modalità delle esecuzioni contribuirono a rendere le foibe un simbolo dell’orrore. Le vittime venivano spesso legate tra loro con filo di ferro e colpite solo in parte, precipitando negli abissi carsici e trascinando con sé gli altri, destinati a morire lentamente. Solo nell’area di Trieste, la foiba di Basovizza e quelle del Carso inghiottirono migliaia di persone, diventando luoghi emblematici della tragedia.
L’esodo giuliano-dalmata
Alla violenza si affiancò l’esodo. Con il trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947, l’Italia perse gran parte dei territori orientali. Per oltre 250mila italiani significò abbandonare case, beni e radici. Fiume e l’Istria si spopolarono rapidamente, mentre decine di migliaia di profughi si dispersero in Italia e nel mondo, spesso accolti con difficoltà e diffidenza.
Il silenzio della politica sulle foibe
Nel dopoguerra, la tragedia delle foibe fu minimizzata o ignorata. Per ragioni diplomatiche e ideologiche, l’Italia preferì il silenzio. Le violenze vennero liquidate come propaganda, mentre l’esodo fu trattato come un problema secondario. Solo dopo la fine della Guerra fredda, con il crollo del comunismo, questa rimozione iniziò lentamente a incrinarsi.
Il ritorno della memoria
Negli anni Novanta i primi gesti istituzionali e l’attenzione dei media riaprirono una pagina rimasta chiusa troppo a lungo. La legge del 2004 che istituì il Giorno del Ricordo segnò una svolta definitiva. Da allora, la storia delle foibe è entrata nel dibattito pubblico come parte integrante del Novecento italiano: una tragedia complessa, che non cancella le responsabilità del fascismo, ma restituisce dignità e voce a migliaia di vittime innocenti.
Ricordarle oggi non significa dividere, ma riconoscere una verità storica troppo a lungo sepolta, proprio come chi finì in quelle voragini di pietra.






