Emergono nuovi dettagli nell’ambito dell’inchiesta dei “cecchini del weekend” di Sarajevo, gli individui che pagavano per andare a sparare ai civili e non durante l’assedio della città, in dei veri e proprio “safari umani”. La ricostruzione, effettuata da Il Giorno, è emersa a margine della presentazione del libro “I cecchini del weekend” di Ezio Gavazzeni e restituisce uno scenario disturbante e ancora oggi oggetto di indagine.
Dal lavoro investigativo, basato su documenti recuperati e numerose testimonianze, è nata infatti un’inchiesta che al momento conta tre indagati per omicidio volontario, accusati di aver sparato durante l’assedio di Sarajevo.
I “cecchini di Sarajevo”: i dettagli sui “safari umani”
Al centro della vicenda emerge una “società di security” milanese, descritta come dotata di “forti contatti con l’estero”, che negli anni ’90 avrebbe organizzato e raccolto “le adesioni” di cittadini italiani disposti a pagare ingenti somme per trascorrere un fine settimana nei Balcani. L’obiettivo di queste trasferte era prendere parte, al fianco delle milizie serbo-bosniache, a un macabro e sadico “gioco”: sparare contro i civili intrappolati in una Sarajevo sotto assedio. Il punto di ritrovo sarebbe stato un magazzino di elettrodomestici situato alla periferia di Milano, in viale Mecenate. Tra i partecipanti ai cosiddetti “safari umani” in Bosnia figurerebbe anche un “imprenditore italiano molto famoso, che a volte si vede ancora in televisione”, il quale, secondo le testimonianze, “in sei ore spese in obiettivi 280 milioni di lire, più tutte le altre spese”.
Queste trasferte vengono descritte come vere e proprie “gite” criminali, con costi che potevano raggiungere cifre enormi. Un testimone, indicato come “il francese” e in passato coinvolto nell’organizzazione dietro le quinte di questi viaggi, ha raccontato ad Ezio Gavazzeni che una di queste esperienze “alla fine gli costò 340 milioni di lire perché dovemmo corrompere anche due cetnici serbi che ci spuntarono dietro le spalle”. Le sue dichiarazioni sono contenute nel volume “I cecchini del weekend”, edito da PaperFirst e da oggi disponibile in libreria.
La testimonianza
Secondo il “francese”, questi viaggi garantivano all’organizzazione una “montagna di soldi” in contanti. I partecipanti, italiani facoltosi, pagavano per poter sparare e portare con sé un macabro souvenir. “Il trofeo era un bossolo – racconta la fonte – sul quale l’accompagnatore indicava con un colore quale era il bersaglio colpito: azzurro o rosa per un bambino-bambina, ragazzo-ragazzina; rosso per uomo; rosso e verde se militare; giallo se donna; giallo e verde se donna militare; nero e azzurro se anziano; nero e rosa se anziana”.
Emergono inoltre contatti oscuri tra questa agenzia di sicurezza e società con sede a Londra o in Belgio, oltre a legami con “la malavita organizzata balcanica o russa alla quale spettava parte del denaro ricavato, pronta a ricattare o minacciare gli ‘arcieri’ (la parola che in gergo indicava i cecchini, ndr) se non pagavano” quanto dovuto.
Le testimonianze indicano che decine di italiani avrebbero partecipato a queste spedizioni, ritrovandosi inizialmente a Trieste per poi partire verso la Bosnia. “Gira voce che un paio di attori Usa abbiano cecchinato – ha spiegato la stessa fonte –. Io ho portato dentro solo gente ricca ma non famosa. Giusto un paio sono conosciuti a livello popolare da voi in Italia perché si vedono sui giornali oppure in tv”. Il nome dell’imprenditore che avrebbe speso 340 milioni di lire sarebbe stato indicato alla Procura di Milano, all’interno di una lista di persone su cui sono ancora in corso accertamenti.
L’indagine di Gavazzeni ha toccato anche Parma, dove sono emersi sospetti su un’agenzia di viaggi oggi non più attiva, e un ulteriore filone riguarda Trieste. Un’ex carrozzeria sarebbe stata utilizzata come possibile punto di partenza. Una fonte parla anche di un presunto legame con un traffico di farmaci verso i Balcani: “Tutti con il Rolex, tutti i macchinoni arrivavano lì e li posizionavano nella carrozzeria e loro, poi, partivano con queste Volvo con lo stemma della Croce Rossa”. A bordo ci sarebbero stati uomini “legati alle case farmaceutiche”, che si sarebbero camuffati da operatori umanitari per attraversare i confini. Provenivano “dalla Lombardia, gente di Vicenza, Bergamo, Verona”.






