Manchester, 5 gennaio 2026 – Il Manchester United non cambia mai. Cambiano gli allenatori, cambiano i proclami, cambiano i milioni spesi sul mercato. Ma il fallimento resta identico, puntuale, quasi scientifico. L’esonero di Rúben Amorim, arrivato dopo il pareggio con il Leeds e soprattutto dopo la sua denuncia pubblica sul mercato inesistente, è l’ennesima prova di un club che preferisce silenziare chi parla piuttosto che risolvere i problemi.
Amorim è stato cacciato non per i risultati, ma per le parole. Ed è un dettaglio che pesa come un macigno.
Manchester United, dopo Ferguson dieci anni di errori e zero autocritica
Dal giorno in cui Sir Alex Ferguson ha lasciato Old Trafford, il Manchester United ha imboccato una strada fatta di arroganza e improvvisazione. David Moyes è stato sacrificato in pochi mesi, forse per un’eredità troppo grande da dover sopportare, Louis van Gaal liquidato dopo aver vinto una FA Cup, José Mourinho scaricato nonostante i trofei. Ole Gunnar Solskjær usato come parafulmine emotivo, Rangnick ignorato, Ten Hag logorato da una dirigenza incapace di sostenerlo.
Ogni allenatore è stato trattato allo stesso modo: prima esaltato, poi isolato, infine scaricato. Il copione non cambia mai, perché non c’è mai stato il coraggio di guardare più in alto della panchina.

Il mercato come discarica di lusso
Nel frattempo, lo United ha bruciato cifre folli. Oltre un miliardo di sterline speso senza una logica sportiva. Giocatori pagati il doppio del loro valore reale, stipendi fuori controllo, rose costruite per il marketing e non per il campo. Pogba, Sancho, Antony, Maguire, Lukaku, Sesko: simboli di una gestione economica dissennata, che ha prodotto una squadra costantemente fragile, lenta, prevedibile.
Il risultato? Una Premier League mai realmente contesa, l’Europa ridotta a comparsa, i trofei trasformati in incidenti occasionali.
Amorim: colpevole di sincerità
Rúben Amorim rappresentava un’anomalia. Allenatore moderno, idee chiare, una squadra che stava finalmente mostrando organizzazione e spirito. I risultati non erano straordinari, ma erano coerenti con un percorso. Ed è proprio questo che allo United sembra intollerabile: il tempo, la pazienza, la costruzione.
Dopo il pari con il Leeds, Amorim ha fatto ciò che pochi prima di lui avevano osato: ha detto la verità. Ha parlato di un mercato insufficiente, di promesse mancate, di una rosa incompleta. Non dietro le quinte, ma davanti ai microfoni. Un atto di accusa diretto a una società che da anni si nasconde dietro gli allenatori.
La risposta è stata immediata e vigliacca: esonero.

Un club che punisce chi denuncia il disastro
Il messaggio è chiarissimo: al Manchester United non è permesso mettere in discussione la dirigenza. Puoi perdere, puoi fallire, puoi essere travolto dalle critiche. Ma non puoi dire che il problema è strutturale. Amorim è stato cacciato perché ha rotto il patto non scritto del silenzio.
Così diventa l’ennesima vittima di un sistema malato, l’ennesimo nome in una lista che cresce anno dopo anno. Non un fallimento tecnico, ma un fallimento politico.
Fine dei sogni, resta solo il vuoto
Il Manchester United non è più un club di calcio d’élite: è un marchio globale senza anima sportiva. Un gigante che divora allenatori per nascondere le proprie colpe, che spende senza progettare, che parla di futuro mentre distrugge ogni presente.
L’esonero di Rúben Amorim non è un errore. È una dichiarazione di identità. Ed è forse la più onesta che questo club abbia fatto negli ultimi dieci anni. E tanti auguri al traghettatore Darren Fletcher.



