Vasto, 26 gennaio 2026 – Sono circa cinquanta le tartarughe marine Caretta caretta salvate in un anno dal Centro Studi Cetacei di Pescara lungo le coste di Abruzzo e Molise. Questi animali, una volta recuperati, vengono trasferiti nel centro di recupero di Pescara dove ricevono cure mediche specifiche, spesso di lunga durata, prima di essere rilasciate nuovamente in mare.
Il salvataggio della Caretta caretta
Secondo il presidente del Centro Studi Cetacei, Vincenzo Olivieri, le tartarughe soccorse presentano principalmente sintomi di principi di annegamento e polmoniti. “Al loro arrivo eseguiamo test clinici e controlli successivi; possiamo affermare che tutte hanno avuto contatti con le plastiche marine, che rappresentano un grave rischio per la loro salute,” spiega Olivieri. L’ultima testuggine salvata a Vasto si chiama Ofelia ed è in cura per una polmonite da dicembre scorso.
Il presidente sottolinea anche il ruolo fondamentale dei pescatori, che negli ultimi anni sono diventati più sensibili alla tutela delle tartarughe, passando da causa accidentale a parte attiva nella loro protezione. Tuttavia, Olivieri evidenzia l’importanza di non rilasciare subito gli esemplari pescati in acqua ma di segnalarli prontamente alla Guardia Costiera o al centro di recupero per consentire un’analisi veterinaria approfondita e aumentare le possibilità di sopravvivenza.

La minaccia della pesca e dell’inquinamento
L’attenzione alle tartarughe marine si inserisce nel più ampio contesto del declino della biodiversità marina, come evidenziato dal report di Legambiente. Nel Mediterraneo, l’inquinamento da plastica e la pesca accidentale rappresentano le principali minacce per la Caretta caretta, con oltre 130mila esemplari catturati accidentalmente ogni anno e decine di migliaia di morti causate da soffocamento o annegamento nelle reti da pesca.
Il Centro Studi Cetacei monitora con attenzione anche i casi di spiaggiamento e morte negli arenili adriatici, dove i test necroscopici confermano che molte tartarughe muoiono per soffocamento dovuto all’intrappolamento nelle reti da pesca. Il fenomeno è in aumento dal 2023, con numerosi esemplari rinvenuti tra Puglia ed Emilia Romagna. La collaborazione tra pescatori, guardia costiera e centri di recupero risulta quindi cruciale per la salvaguardia di questa specie simbolo della biodiversità marina italiana.






