Le aziende della Silicon Valley stanno sviluppando sistemi capaci di decidere e agire con un’autonomia crescente, con il rischio che governi e cittadini perdano il controllo: è l’allarme di Maria Ressa, giornalista filippina e premio Nobel per la Pace nel 2021. Nell’intervista a Riccardo Luna per il Corriere della Sera, ha descritto un mondo “sull’orlo del baratro”.
Impegnata anche nel dibattito internazionale sul governo dell’intelligenza artificiale, Maria Ressa accusa i grandi gruppi tecnologici di aver trattato per anni le persone come partecipanti inconsapevoli a un esperimento globale. La sua richiesta non è rinunciare alla tecnologia, ma cambiare il modo di svilupparla, distribuirla e controllarla.
Dalle reti sociali agli agenti di intelligenza artificiale
Il punto di partenza della denuncia sono gli algoritmi delle piattaforme sociali. Secondo Ressa, hanno imparato a sfruttare l’attenzione umana, favorendo i contenuti capaci di coinvolgere gli utenti e trattenerli sulle piattaforme. Con gli assistenti conversazionali, questa influenza si sarebbe estesa alla sfera delle conversazioni, delle emozioni e delle relazioni personali.
Gli agenti di intelligenza artificiale rappresentano il passaggio successivo: non rispondono soltanto alle domande, ma sono progettati per eseguire operazioni, usare strumenti digitali e svolgere compiti articolati. Per Ressa, alcuni comportamenti problematici osservati nei test dei sistemi più avanzati mostrano l’urgenza di regole e verifiche esterne.
La denuncia resta distinta dalle evidenze scientifiche: sostenere che queste tecnologie modifichino la biologia umana o compromettano l’autonomia individuale significa formulare una valutazione ampia, non dimostrata in tutti i suoi aspetti.
Il potere delle piattaforme e le responsabilità dei governi
Ressa usa dal 2024 l’espressione «colpo di Stato tecnologico» per descrivere il progressivo trasferimento di potere dalle istituzioni democratiche alle imprese che controllano le principali infrastrutture digitali. La critica riguarda anche gli interventi mancati dei governi negli anni precedenti.
La giornalista richiama la Sezione 230 del Communications Decency Act, norma statunitense del 1996 che offre alle piattaforme importanti protezioni dalla responsabilità per i contenuti pubblicati da terzi. A suo giudizio, questo quadro ha contribuito a un sistema in cui le aziende influenzano la circolazione delle informazioni senza rispondere adeguatamente delle conseguenze delle scelte algoritmiche.
Il problema riguarda soprattutto la disinformazione: il controllo delle notizie che raggiungono milioni di persone può incidere sul dibattito pubblico e sui processi democratici. Ressa contesta anche l’autoregolamentazione: considera l’esperienza delle piattaforme sociali una dimostrazione dei rischi di lasciare alle sole imprese la definizione dei propri limiti.
Le verifiche indipendenti e gli strumenti europei
La proposta è un accordo internazionale per valutare in modo indipendente i rischi e gli impatti dei modelli più avanzati, prendendo a riferimento la supervisione del settore nucleare. Il paragone riguarda il metodo, non l’equivalenza dei pericoli: la sicurezza non dovrebbe dipendere soltanto dalle dichiarazioni di chi vende la tecnologia.
Ressa sollecita l’Unione europea a usare con maggiore determinazione il Digital Services Act, che impone obblighi alle piattaforme anche sui rischi sistemici, e il Digital Markets Act, rivolto soprattutto al potere economico dei grandi operatori.
Le opportunità dell’intelligenza artificiale nella ricerca, nel lavoro e nell’accesso alla conoscenza si accompagnano alla necessità di definire le responsabilità per gli errori, i controlli e le decisioni non delegabili alle macchine. Per Ressa, distinguere le informazioni attendibili dalla manipolazione è indispensabile alla sopravvivenza democratica. Le istituzioni possono ancora scegliere regole pubbliche, trasparenza e responsabilità, senza attendere effetti irreversibili.
La giornalista propone inoltre che i Paesi di medie dimensioni e le economie emergenti collaborino a infrastrutture tecnologiche alternative, riducendo la dipendenza dalla Silicon Valley e senza lasciare le regole dell’ambiente digitale esclusivamente alle grandi aziende statunitensi o cinesi.
