Paolo Simoncelli è rimasto nelle corse dopo aver visto morire il figlio Marco, a soli 24 anni, sul circuito di Sepang il 23 ottobre 2011. Oggi è il patron della Squadra Corse SIC58, impegnata in Moto3 e MotoE. Il pensiero di lasciare quel mondo, “Basta gare, basta corse”, ha accompagnato un dolore che non passa.
Nell’intervista a Fanpage, Paolo Simoncelli ha raccontato anche il legame con Valentino Rossi: “Ogni tanto ci sentiamo, ci vediamo, ci abbracciamo, mi dice che ogni tanto lo sogna. Capita anche a me, è una cosa normale”. Marco considerava Valentino un amico e gli voleva bene. Alla Cava si erano divertiti molto: “Chiaramente quello che è successo e come è successo, è stato difficile anche per Vale”, ha ricordato Paolo, parlando di “coincidenze incredibili”.
La famiglia e la scelta di restare nelle corse
Abbandonare le gare sarebbe stata, per Simoncelli, la scelta più facile: “Succede credo nel 95% dei casi”. A sostenerlo, insieme alla moglie, è stata anzitutto Martina, la sorella di Marco. Ma anche la consapevolezza di aver fatto tutto il possibile per il figlio, senza rimpianti veri.
“Sono andato a elemosinare per trovare i soldi, abbiamo fatto tutto quello che serviva perché Marco fosse felice e Marco quando è morto, era felice, perché faceva quello che veramente voleva più di ogni altra cosa, per lui correre era tutto”, ha spiegato.
Il ritorno a Sepang porta invece ricordi dolorosi. Alcuni fotografi hanno collocato una targa in memoria di Marco e Paolo vi torna ogni anno. “Ha fatto male2, ha ammesso. Eppure proprio l’attività nelle corse lo ha aiutato a continuare: “Questo lavoro però è stata la mia salvezza. Mi ha aiutato ad andare avanti e ad essere sempre incazzato”.
La rabbia, l’incontro con il Papa e la Fondazione
La rabbia riguarda anche la fede. “Io sono davvero incazzato con Cristo. L’ho detto anche al Papa”, ha raccontato Simoncelli. Durante quell’incontro ha preso in mano il crocifisso del pontefice e gli ha detto: “Sono incazzato con il tuo capo”. Secondo il racconto di Paolo, il Papa gli ha dato ragione.
Il tempo gli ha fatto conoscere anche altre sofferenze. A chi lo definisce forte, Simoncelli contrappone i genitori dei ragazzi che stanno male sempre: “Quelli sì che sono forti, che sono santi. Io al loro confronto non sono nessuno”. Da qui la sua riflessione: “Ti accorgi che la morte non è il peggio”. E ancora: “Sono arrabbiato, ma al mondo c’è chi sta peggio. Io la penso così”.
La Fondazione creata in ricordo del figlio gli ha permesso di realizzare molti progetti e aiutare tante persone. Paolo ne è orgoglioso e lo chiama “il grande miracolo di Marco”: si può essere divisi sullo sport, sulla politica o su qualsiasi altro tema, ha osservato, ma parlando del figlio ci si ritrova d’accordo.
