Non doveva essere un normale film da sala, e soprattutto non doveva rimanerci a lungo. Naza, il documentario di Naza è stato presentato alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria. Il film nasce dal lavoro dei registi Yuval Abraham e Rachel Szor, due degli autori di No Other Land, documentario vincitore dell’Oscar nel 2025. Il documentario è costruito anche intorno ai sistemi tecnologici utilizzati per individuare e selezionare gli obiettivi, mettendo al centro il rapporto tra tecnologia, intelligence e decisioni militari.
In Italia la distribuzione avrebbe dovuto concludersi il 30 settembre. I sold out e l’affluenza del pubblico hanno però cambiato i piani, trasformando quella che doveva essere una proiezione-evento in una permanenza nelle sale molto più lunga. Il film era inizialmente programmato dal 28 al 30 settembre, ma la risposta degli spettatori ha portato gli esercenti a mantenerlo in programmazione. Il film ha continuato la sua corsa grazie alla risposta del pubblico e ha ormai superato i 3 milioni di euro di incasso.
Secondo i dati Cinetel, nel weekend dall’1 al 4 ottobre Naza ha raccolto 1.219.051 euro, mantenendo il primo posto al box office italiano. Il totale ha raggiunto così 3.033.586 euro, con 396.111 spettatori. Numeri particolarmente significativi per un documentario, soprattutto considerando che la sua distribuzione era stata pensata inizialmente come un’uscita-evento.
Il risultato dei primi sette giorni conferma quindi un fenomeno che va oltre il semplice successo di un documentario. Naza è riuscito a portare un’inchiesta sul conflitto a Gaza in cima al box office italiano, intercettando un pubblico disposto a riempire le sale per vedere un film nato fuori dai circuiti del cinema commerciale.
E la corsa non sembra essersi fermata: il documentario è infatti rimasto in programmazione anche dopo la finestra inizialmente prevista, mentre il pubblico continua a premiarlo al botteghino.
Naza batte Brad Pitt, Anne Hathaway e Tom Cruise
Il risultato assume ancora più peso se si guarda ai film lasciati alle spalle. Naza è rimasto in testa alla classifica davanti a titoli con star internazionali e produzioni pensate per un pubblico molto più ampio.
Al secondo posto si è piazzato Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio, il survival con Brad Pitt, che nel secondo weekend ha incassato 738.353 euro, arrivando a 2,13 milioni complessivi. Terzo posto per Verity, thriller con Anne Hathaway e Dakota Johnson, che al debutto ha raccolto 661.377 euro. Quarto Digger, il nuovo film di Alejandro González Iñárritu con Tom Cruise, fermo a 532.945 euro nel primo weekend.
Il confronto racconta meglio di qualsiasi altra cifra la portata del fenomeno: un documentario d’inchiesta ha conquistato per la seconda settimana consecutiva la vetta del cinema italiano, superando produzioni hollywoodiane e grandi nomi del cinema internazionale.
Ma il dato degli incassi racconta soltanto una parte della storia. Per capire perché Naza abbia saputo catturare in questo modo l’attenzione del pubblico italiano bisogna guardare anche a come è costruito il documentario e all’esperienza che propone allo spettatore.
Un documentario che ti toglie il fiato
Il successo di Naza può essere letto anche alla luce della capacità della regia di tessere un documentario estremamente coinvolgente, capace di entrare nel vivo delle dinamiche geopolitiche e di mostrare da vicino il processo attraverso cui l’intelligence israeliana si muove e prende determinate decisioni. Il film raccoglie 24 testimonianze anonime tra ufficiali dell’intelligence e soldati israeliani e costruisce il racconto intorno ai meccanismi attraverso cui vengono individuati gli obiettivi e valutato il possibile numero di vittime civili.
Il documentario ha saputo catturare l’attenzione degli italiani e, più in generale, dei suoi spettatori perché riesce a toglierti il fiato. Ti coinvolge al punto che il silenzio diventa necessario: ascoltare ogni dettaglio permette di comprendere cosa si prova, dal punto di vista umano, nel prendere decisioni così importanti e assolute nei confronti di un popolo che non conoscerai mai, ma di cui hai determinato il destino.
Naza proietta solo un piccolo fotogramma della guerra e lo fa unicamente alla fine, per ricordarti l’impatto reale di tutte quelle parole e cosa succede effettivamente ad un “obbiettivo” e alla sua famiglia. Ti ricorda l’impatto sui civili palestinesi, a cui viene attribuita un’identità e una dimensione numerica all’interno dei sistemi di valutazione del danno, nel tentativo di trasformare persone e famiglie in semplici dati, così che il peso delle decisioni e dei colpi possa diventare più leggero per chi deve compierli.
È un documentario che ti dimostra la realtà umana della guerra e, soprattutto, ti insegna quanto facilmente il concetto di omicidio possa dispiegarsi nella mente all’interno della realtà bellica: come una decisione che nella vita quotidiana apparirebbe inconcepibile possa diventare, dentro un sistema di guerra, un atto da eseguire.
È proprio qui che la regia sembra trovare la sua forza. Naza non ha bisogno di mostrare continuamente la distruzione per raccontarla. Al contrario, sceglie di lasciare che siano le parole, i meccanismi e i dettagli a costruire l’orrore nella mente dello spettatore. Il silenzio della sala diventa così parte del film: ascoltare significa fermarsi, seguire ogni passaggio e confrontarsi con la distanza tra una decisione presa davanti a uno schermo e le conseguenze che quella decisione produce nella vita di persone reali.
Il successo di Naza, allora, non è soltanto quello di un film che ha raggiunto 3 milioni di euro e quasi 400mila spettatori. È anche il segnale di un pubblico che ha scelto di sedersi in una sala e ascoltare. Di fronte a una storia raccontata attraverso procedure, algoritmi, testimonianze e decisioni militari, il film riporta continuamente tutto alla dimensione più difficile da ignorare: quella delle persone che quelle decisioni le subiscono.
Ed è proprio questo il motivo per cui, una volta terminato il film, il silenzio diventa necessario.
