Sessantacinque anni senza un’esecuzione. Più di ottanta senza un plotone d’esecuzione. Ora entrambi i primati potrebbero interrompersi sotto la presidenza di Donald Trump.
Il via libera alla fucilazione di Nidal Hasan, l’ex maggiore dell’esercito condannato a morte per la strage di Fort Hood del 2009, non rappresenta soltanto l’ultimo capitolo di uno dei casi più sanguinosi nella storia recente delle forze armate americane. Potrebbe diventare anche la prima esecuzione effettuata dalla giustizia militare statunitense dal 1961 e la prima mediante fucilazione dal 1945.
Una svolta che arriva durante un’amministrazione che della pena capitale ha fatto una precisa scelta politica. Al suo ritorno alla Casa Bianca, Trump ha indicato fin dal primo giorno la volontà di riportarla al centro della politica giudiziaria federale.
Dal 1961 nessun militare americano è stato giustiziato
L’ultima esecuzione effettuata dall’esercito americano risale al 13 aprile 1961, quando il soldato John A. Bennett venne impiccato a Fort Leavenworth, in Kansas, dopo essere stato condannato per stupro e tentato omicidio. Da allora, nonostante altre condanne capitali pronunciate dai tribunali militari, nessuna è stata portata a termine.
Ancora più lontano nel tempo è l’ultimo precedente di un plotone d’esecuzione militare. Bisogna tornare alla Seconda guerra mondiale: nel gennaio 1945 il soldato Eddie Slovik venne fucilato in Francia dopo una condanna per diserzione. Da allora sono trascorsi più di ottant’anni.
Non significa, però, che l’esecuzione di Hasan sia ormai inevitabile. L’autorizzazione presidenziale avvia il percorso necessario per portare a termine la sentenza, ma l’ex maggiore può ancora rivolgersi ai tribunali federali e aprire una nuova fase di ricorsi. Un precedente esiste: nel 2008 George W. Bush autorizzò l’esecuzione del militare Ronald Gray, ma la procedura venne successivamente bloccata da un giudice.
Trump e il ritorno della pena capitale
Il momento in cui riemerge la possibilità di un’esecuzione militare non è casuale sul piano delle politiche dell’amministrazione. Il 20 gennaio 2025, nel giorno del suo insediamento, Trump ha firmato un ordine esecutivo intitolato “Restoring the Death Penalty and Protecting Public Safety”, definendo la pena capitale uno strumento essenziale per punire i crimini più gravi e ordinando al Dipartimento di Giustizia di perseguirne l’applicazione nei casi previsti dalla legge.
Non è neppure la prima volta che Trump imprime un’accelerazione alle esecuzioni. Durante la parte finale del suo primo mandato, tra luglio 2020 e gennaio 2021, il governo federale eseguì 13 condanne a morte, dopo una sospensione delle esecuzioni federali durata 17 anni.
La linea è proseguita nel secondo mandato. Nel settembre 2025 Trump ha ordinato ai procuratori federali di perseguire pienamente la pena capitale nei casi appropriati a Washington, ribadendo che il suo ripristino rappresentava una priorità dell’amministrazione fin dal primo giorno.
Il caso Hasan porta ora questa politica dentro un territorio rimasto sostanzialmente congelato per oltre mezzo secolo: la giustizia militare. E lo fa attraverso uno dei metodi di esecuzione più antichi e controversi, il plotone d’esecuzione.
Se i ricorsi non fermeranno la procedura, gli Stati Uniti potrebbero così tornare a giustiziare un proprio militare per la prima volta dal 1961. E a farlo davanti a un plotone di soldati per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale.
