Tre persone sono state condannate in primo grado per le torture e l’omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso in Egitto. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, interpellato dai giornalisti a Milano nel giorno della sentenza, ha distinto le responsabilità dei condannati da quelle dello Stato egiziano. I familiari, dopo la lettura del verdetto, hanno invece richiamato i depistaggi e l’ostruzionismo degli apparati del regime del presidente Abdel Fattah al-Sisi.
Il procuratore capo di Roma, Francesco Lo Voi, ha ricordato la «scarsa collaborazione» egiziana. Il comportamento del Cairo è stato richiamato anche dalla segretaria del Pd Elly Schlein e dalle realtà della società civile che negli ultimi dieci anni hanno partecipato alla ricerca della verità sul caso Regeni.
Le risposte di Tajani a Milano
Le dichiarazioni del capo della Farnesina sono arrivate in risposta a una richiesta esplicita di commento, a margine di un evento. «Sono state condannate tre persone, non l’Egitto», ha risposto Tajani, sottolineando che si tratta di una sentenza di primo grado. Roma ha importanti interessi economici nei rapporti con Il Cairo.
Il ministro ha articolato così la sua posizione: «C’è la separazione dei poteri, la sentenza è di primo grado. C’è stata una condanna, non è stato condannato l’Egitto, sono state condannate tre persone. È stato deciso che sono colpevoli, vedremo quello che succederà in secondo e in terzo grado, però c’è stato un omicidio, quindi è stata una cosa non accettabile».
Alla domanda sulla mancata collaborazione del regime, Tajani ha risposto: «Noi abbiamo sempre chiesto collaborazione, sono stati condannati e la giustizia farà il suo corso». Poche ore prima, il ministro aveva criticato i magistrati, accusandoli di non usare abbastanza il pugno duro.
I depistaggi e gli ostacoli al processo
Il corpo del giovane studente friulano venne fatto ritrovare il 3 febbraio 2016 lungo la strada del deserto Cairo-Alessandria. Da allora, numerose inchieste giornalistiche e giudiziarie hanno documentato i depistaggi e l’ostruzionismo degli apparati egiziani.
Alla famiglia fu prospettata prima la tesi del delitto passionale omosessuale, poi quella di una presunta banda criminale in possesso dei documenti di Giulio. I componenti della banda furono assassinati e non poterono quindi testimoniare.
Gli ostacoli hanno riguardato anche l’elezione di domicilio di persone appartenenti all’apparato del regime, che negli anni hanno partecipato impunemente a eventi pubblici. La strategia del Cairo ha rischiato di far naufragare il processo: lo ha ricordato Lo Voi e lo aveva già sottolineato il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, incaricato delle indagini.
Il precedente dell’omicidio di Attanasio
Un’altra scelta del governo aveva suscitato le critiche dei familiari di Luca Attanasio, Vittorio Iacovacci e Mustapha Milambo, uccisi in Repubblica Democratica del Congo. L’Italia non si era costituita parte civile nel processo, mai iniziato, contro due funzionari del Programma alimentare mondiale, accusati di aver falsificato i documenti di viaggio di una missione ad altissimo rischio.
La decisione era stata presa nonostante l’uccisione sospetta di due uomini che in quel momento rappresentavano lo Stato italiano. Le famiglie delle vittime continuano a contestarla, interpretandola come un disimpegno dello Stato e un ritiro dalla complessa ricerca della verità. Tajani aveva giustificato la scelta del governo richiamando l’«interesse nazionale».
