“E se una bicicletta potesse portare un messaggio più forte dell’odio? E se un giovane di Goma avesse scelto di attraversare l’Africa, non per scappare, ma per ispirare?”. È così che Miguel Masaisai raccontava la sua missione. Ventitré anni, triatleta, originario di Goma, aveva scelto la bicicletta come strumento per parlare ai giovani del Congo e costruire, chilometro dopo chilometro, un messaggio di pace, unità e speranza.
Il suo progetto si chiamava “Pedals for Peace”. Una missione nata nel 2025, quando Miguel era partito dal Congo in bicicletta con l’obiettivo di raggiungere Cape Town, attraversando l’Africa e incontrando lungo il percorso persone e comunità. Non un semplice viaggio sportivo, ma un modo per raccontare un continente attraverso i suoi volti, le sue storie e le sue contraddizioni. Soprattutto, un messaggio rivolto ai giovani congolesi, molti dei quali cresciuti in un Paese segnato da decenni di conflitti: la pace non è un’idea astratta, ma qualcosa che può essere praticato e condiviso.
Da Goma a Rabat, oltre 6.500 chilometri in bicicletta
Nel 2026 Miguel aveva deciso di ripartire. Il 1° maggio era partito nuovamente da Goma, questa volta con destinazione Rabat, in Marocco. Attraverso i social, dove era conosciuto con il nome di “Unstoppable Masai”, raccontava il viaggio giorno dopo giorno: gli incontri lungo la strada, le persone conosciute, le difficoltà, la fatica e i momenti di entusiasmo.
Aveva già percorso circa 6.500 chilometri quando il viaggio si è interrotto. Ma, per una tragica coincidenza, Miguel non è morto mentre pedalava.
L’incidente in taxi dopo il guasto alla bicicletta
Lo scorso 18 settembre, la sua bicicletta aveva avuto un problema e Miguel stava viaggiando a bordo di un taxi per raggiungere un luogo dove poterla far riparare. Durante il tragitto, secondo quanto riferito dalle autorità locali della Sangha, la pioggia avrebbe reso difficile la guida e il conducente avrebbe perso il controllo del mezzo.
Il taxi si è scontrato frontalmente con un camion della società CEFIR, che trasportava tronchi. L’incidente è avvenuto a Kabos, nei pressi di Ouésso, a circa nove chilometri da Ntam, nell’area al confine con il Camerun. Per Miguel non c’è stato nulla da fare.
La tragedia assume un significato ancora più amaro alla luce di una sua intervista rilasciata l’anno precedente a RFI. Parlando del suo viaggio attraverso l’Africa, Masaisai aveva raccontato anche i rischi affrontati dai ciclisti sulle strade, dove spesso si trovava a condividere la carreggiata con grandi camion che procedevano ad alta velocità e senza sufficiente attenzione nei confronti delle biciclette.
L’ultimo viaggio di Miguel, questa volta insieme agli altri
La notizia della sua morte ha attraversato diversi Paesi africani. In Congo-Guinea, prima dell’inizio di una partita, è stato osservato un minuto di silenzio in sua memoria.
Poi il viaggio di Miguel è proseguito in un modo che lui probabilmente non avrebbe potuto immaginare. Il suo carro funebre è stato accompagnato da decine di giovani in bicicletta, in una sorta di ultimo lungo percorso collettivo.
Miguel aveva scelto di pedalare per raccontare un’Africa diversa, attraversando confini e comunità con un messaggio semplice: la bicicletta poteva diventare un simbolo di pace. A 23 anni, quel viaggio si è fermato. Ma le migliaia di chilometri percorsi e le persone incontrate lungo la strada hanno lasciato una traccia che va oltre la sua ultima destinazione.