A favore della misura, insieme ai democratici, hanno votato i senatori repubblicani Rand Paul del Kentucky, Susan Collins del Maine, Lisa Murkowski dell’Alaska e Thom Tillis del North Carolina. Fra i contrari figurano Jon Husted dell’Ohio e Dan Sullivan dell’Alaska, impegnati in alcune delle sfide elettorali più competitive. John Fetterman è stato l’unico senatore democratico a votare contro.
Il ritiro richiesto e i poteri del Congresso
La Camera aveva approvato il testo a luglio con 214 voti contro 208. La risoluzione esprimeva la posizione del Congresso: anche con il via libera del Senato, non sarebbe stata trasmessa al presidente per la firma o per un eventuale veto. Sarebbe rimasta, quindi, una censura in larga parte simbolica della guerra condotta da Trump.
Il testo stabiliva: «Il Congresso dispone con la presente che il presidente cessi l’impiego delle Forze armate degli Stati Uniti nelle ostilità contro la Repubblica islamica dell’Iran o qualsiasi parte del suo governo o delle sue forze armate, comprese eventuali forze terrestri con un ruolo di combattimento o impiegate per l’occupazione, salvo esplicita autorizzazione mediante una dichiarazione di guerra o una specifica autorizzazione all’uso della forza militare contro l’Iran».
Il senatore democratico Tim Kaine ha guidato l’iniziativa per riaffermare il potere del Congresso di dichiarare guerra e fare pressione su Trump. «È più di un messaggio», ha dichiarato. «Il Congresso ha il potere costituzionale di dichiarare guerra, non il presidente. È per questo che non va alla Casa Bianca, perché la Casa Bianca non può porre il veto alla Costituzione».
Le perdite militari, i rincari e il dissenso degli elettori
Gli attacchi militari sono iniziati a febbraio. Per ritorsione, l’Iran ha trasformato lo stretto di Hormuz in una zona di guerra; negli Stati Uniti sono aumentati i prezzi della benzina, del gasolio, dei fertilizzanti e degli alimenti. Nel conflitto sono morti 19 militari statunitensi.
Un recente sondaggio di NBC News ha rilevato che il 33% degli elettori registrati ritiene che la guerra in Iran sia valsa la pena, contro il 62% di parere opposto. Il sostegno a un candidato contrario al conflitto risulta più probabile con un margine del 57% contro il 24%.
Kaine ha richiamato le conseguenze sulle famiglie dei militari, citando nel suo intervento un conteggio diverso da quello complessivo dei caduti: «Se non volete ascoltare noi, perché non ascoltate i cittadini americani che stanno soffrendo? Ascoltate le 18 famiglie che hanno perso i loro cari. Ascoltate le centinaia di soldati rimasti feriti. Ascoltate le famiglie, gli otto che hanno tentato il suicidio durante l’impiego prolungato sulla Lincoln».
I candidati repubblicani si dividono, Trump difende il conflitto
La maggioranza repubblicana continua a sostenere Trump sulla guerra in Iran in entrambe le camere. Il dissenso ha però raggiunto anche alcuni candidati impegnati nelle sfide competitive delle elezioni del 2026, in presenza di un’opinione pubblica contraria al conflitto.
Mike Rogers, candidato al Senato in Michigan, e la deputata Ashley Hinson, candidata al Senato in Iowa, hanno chiesto nei giorni scorsi di porre fine alla guerra. Il cambiamento di posizione è arrivato dopo mesi durante i quali avevano sostenuto Trump sul conflitto.
Il presidente ha difeso l’intervento come uno strumento per indebolire l’Iran e impedire al paese di costruire un’arma nucleare. Nel discorso rivolto mercoledì ai leader mondiali alle Nazioni Unite ha dichiarato: «Immaginate soltanto se a un regime così spregevole fosse mai consentito di compiere attacchi terroristici su vasta scala protetto da uno scudo nucleare. Questa era la realtà che dovevamo affrontare. Una realtà che fin troppi hanno preferito ignorare».
