L’Esercito Italiano ha messo alla prova una combinazione di robot, droni terrestri e mezzi autonomi durante l’esercitazione Aegis26 al poligono di Monte Romano, nel Viterbese. Alle manovre del 17 settembre hanno assistito il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il ministro della Difesa Guido Crosetto. L’impianto addestrativo ha simulato un assalto con trincee da superare, ingaggi a distanza e contrasto alle minacce in un ambiente elettronico ostile.
Hanno partecipato oltre 850 militari, affiancati da reparti di forze speciali, dai paracadutisti della Folgore e dal nuovo reggimento di cybersicurezza “Rombo”. L’obiettivo dichiarato è stato l’integrazione: far lavorare insieme unità convenzionali e piattaforme senza equipaggio, così da ridurre l’esposizione del personale e accelerare la raccolta di informazioni tattiche.
Esercito Italiano Aegis26 Monte Romano usa robot e mezzi autonomi in campo
La robotica non è rimasta un contorno tecnologico: è entrata nello scenario operativo. Cani robot armati, droni terrestri impiegati per varcare le trincee e veicoli autonomi dedicati alla ricognizione hanno operato come “primi arrivati” nelle aree più rischiose. L’idea è semplice: far avanzare la macchina dove l’uomo verrebbe esposto a un fuoco immediato, e usare ciò che la macchina vede per guidare la manovra.
Più nel dettaglio, il drone non è più solo una telecamera volante: può agire da sensore distribuito, da vettore d’attacco o da sistema anti-drone. Da un lato, le piattaforme terrestri portano equipaggiamenti, aprono varchi e sondano i percorsi; dall’altro, i sistemi aerei scandagliano lo spazio, triangolano le emissioni e condividono dati in rete. Da qui la necessità di collegamenti sicuri e di processi decisionali rapidi, perché il valore del mezzo senza equipaggio cresce solo se è integrato in un ciclo di comando efficace.
Guerra elettronica e difesa anti-drone
La guerra elettronica ha rappresentato l’altra direttrice dell’esercitazione. La componente elettromagnetica è diventata parte della manovra: interferire con comunicazioni, radar e sistemi di navigazione significa negare all’avversario la capacità di vedere, parlare e coordinare i propri mezzi. Al tempo stesso, proteggere i propri collegamenti è cruciale per mantenere il controllo dei sistemi autonomi e dei sensori distribuiti.
In parallelo, il quadro euro-atlantico si muove nella stessa direzione. A maggio la NATO ha organizzato TIE26, un’esercitazione dedicata alle tecnologie di contrasto ai droni: 300 partecipanti, 40 aziende coinvolte e oltre 60 sistemi commerciali testati per individuare, identificare e neutralizzare velivoli senza pilota. È un segnale di filiera: industria, forze armate e centri di ricerca lavorano su un problema che è già operativo e che evolve rapidamente.
Di conseguenza, anche la pianificazione nazionale si allinea. Un documento del Ministero della Difesa sui sistemi C-UAS indica una catena di capacità che va dal rilevamento all’identificazione e al tracciamento, fino alla mitigazione della minaccia. Le misure includono soluzioni di guerra elettronica e, in scenari determinati, la possibilità di assumere il controllo del velivolo intrusivo. La logica è prevenire, saturare e disattivare, prima che il drone possa produrre effetti sul terreno.
Il fattore umano e la superiorità tecnologica
Il fattore umano non scompare: cambia posizione e compito. L’operatore può trovarsi a chilometri dalla linea del contatto, davanti a una consolle, oppure lavorare accanto a sistemi autonomi che raccolgono dati e li elaborano in tempo quasi reale. Non a caso, la qualità del software, dei sensori e delle reti conta quanto il numero degli effettivi schierati. E l’addestramento deve includere non solo la condotta della manovra, ma anche la gestione dell’ambiente informativo ed elettromagnetico.
Questo spostamento ridisegna i tempi dell’azione: individuazione, decisione, intervento. Se un robot può entrare in trincea al posto di un soldato e se un sistema elettronico può neutralizzare una minaccia senza uno scontro diretto, la sequenza si accorcia. Resta però la necessità di comandare, verificare, assumersi responsabilità: l’autonomia dei mezzi non equivale a autonomia delle scelte.
Aegis26, in definitiva, ha mostrato un esercito che prepara procedure e interoperabilità per un campo di battaglia più denso di sensori e piattaforme senza equipaggio. Sul terreno di Monte Romano, i droni terrestri sono stati impiegati per conquistare trincee, i mezzi autonomi sono stati destinati a ricognizione e mitigazione delle minacce, mentre le unità convenzionali e “Rombo” hanno integrato la componente elettronica. Il dato visibile resta duplice: oltre 850 militari in addestramento e la presenza istituzionale di Sergio Mattarella e Guido Crosetto a convalidare la priorità del percorso.
