Il processo per l’aggressione a Gianluigi Donnarumma e Alessia Elefante è stato interrotto a Parigi poco dopo l’inizio della prima udienza, al sedicesimo tribunale penale. Ilyas «Ganito» Kherbouch, sospettato di aver ideato il colpo, ha insultato e minacciato gli agenti e i giudici. Il portiere della Nazionale e del Manchester City e la moglie, ancora traumatizzati dalla rapina, hanno scelto di non presentarsi in aula, affidandosi ai legali. All’epoca erano fidanzati; oggi sono sposati e hanno un figlio.
Le violenze in casa e il racconto di Alessia Elefante
La rapina a Donnarumma risale alla notte tra il 21 e il 22 luglio 2023. Il calciatore e la compagna dormivano nella loro abitazione parigina, nella zona residenziale di Avenue Montaigne, quando quattro rapinatori sono entrati attraverso una finestra, dopo aver raggiunto il tetto con una scala.
Il portiere è stato colpito al volto con un tirapugni, minacciato con un coltello e poi legato. Elefante è stata costretta ad accompagnare i rapinatori davanti alla cassaforte ed è stata picchiata nonostante avesse avvertito di essere incinta.
«Ho detto loro che ero incinta, ma hanno continuato lo stesso, tirandomi per i capelli e colpendomi più volte, mentre insistevano con il chiedere soldi e orologi», aveva raccontato Alessia Elefante agli inquirenti. «Ho detto loro che non conoscevo il codice della cassaforte, ma si sono arrabbiati ancora di più, sicuri che stessi mentendo».
La donna ha perso il bambino pochi giorni dopo il trauma dell’aggressione. Si trattava di una gravidanza precedente a quella del piccolo Leo, il primo figlio della coppia, nato il 13 settembre 2024. Le gravi conseguenze emotive lasciate dalle violenze sono riemerse durante l’udienza.
Il bottino comprendeva oltre 500 mila euro in orologi di lusso, borse griffate, contanti e gioielli. I rapinatori avevano portato via anche le chiavi di una Mercedes e di una Lamborghini.
Caso Donnarumma, le minacce in tribunale e gli altri imputati
L’alterco in aula è cominciato quando gli agenti hanno chiesto al fratello di Kherbouch, 21 anni, di smettere di comunicare con l’imputato in custodia e poi di lasciare la sala. Kherbouch si è scagliato verbalmente contro le guardie, insultandole e minacciandole.
«Venite pure, anche se siete in 50 mila», ha urlato agli agenti intervenuti per prelevare il parente, aggiungendo di non aver paura e rivolgendo insulti sessuali alle loro madri. Ha quindi ordinato al fratello di andarsene, sostenendo di non aver bisogno di lui per cavarsela. Le guardie hanno allontanato il parente a forza, con difficoltà, e l’alterco è ulteriormente degenerato.
Il tribunale ha esaminato e respinto la richiesta della difesa di celebrare l’udienza a porte chiuse. Invitato alla calma, l’imputato ha risposto alla corte: «Non voglio partecipare al processo. Sapete? Non me ne potrebbe importare di meno».
Kherbouch e il 22enne Khyan Mamouni, principali indiziati con numerosi precedenti penali, avrebbero orchestrato la rapina dal carcere. È imputato anche Moktar Diop, 24 anni, che in aula ha ammesso di aver partecipato al colpo, negando però di aver esercitato violenza sulle vittime.
Secondo gli inquirenti, gli altri complici sarebbero stati seviziati e obbligati a partecipare. Uno di loro si è ucciso in carcere per paura di subire ritorsioni. Altri due componenti della banda erano minorenni all’epoca dei fatti: la giustizia francese li ha già condannati a tre e quattro anni di carcere.
Il procedimento proseguirà nei prossimi giorni con l’ascolto di ulteriori testimoni e l’analisi di nuove prove.
