Paola Raisi, vedova di Erasmo Iacovone, è stata invitata con pochissimo preavviso alla cerimonia inaugurale dei Giochi del Mediterraneo a Taranto e ha ritenuto di non partecipare. La vedova Iacovone ha poi spiegato pubblicamente le ragioni della sua assenza in un lungo post, sostenendo che l’invito sia arrivato «soltanto a ridosso dell’evento» e che la chiamata sia avvenuta «dopo le sollecitazioni dei tifosi». Questo è il fatto centrale che lei intende chiarire, e che ha motivato la scelta di diffondere la propria versione.
L’invito arrivato all’ultimo minuto
Secondo quanto riportato nella sua ricostruzione, l’invito ufficiale è giunto quando ormai la cerimonia era imminente e la città era già coinvolta nella festa per l’apertura della manifestazione. Paola Raisi precisa che la mancata partecipazione non è stata un gesto di boicottaggio verso l’evento, ma la conseguenza del modo e dei tempi con cui l’invito è stato formulato e recapitato. Nella sua ricostruzione la vedova sottolinea di aver atteso comunicazioni per un lungo periodo, anche in considerazione del luogo scelto per la cerimonia: lo stadio che porta il nome del marito.
Nel post che ha reso pubblico, Raisi scrive che «dire semplicemente che Paola Raisi ha ‘rifiutato l’invito’ significherebbe raccontare soltanto l’ultimo fotogramma di una storia, cancellando tutto ciò che è avvenuto prima». Con questa frase ha voluto porre l’accento sulla sequenza temporale: settimane di silenzio seguite da una chiamata tardiva, poi dall’offerta formale di partecipazione quando ormai l’evento era alle porte. l’invito tardivo, così definito dalla diretta interessata, è la motivazione principale della sua decisione.
La testimonianza pubblica è stata consegnata come spiegazione e precisazione, non come polemica preordinata. Raisi afferma di aver mantenuto il riserbo «perché non volevo alimentare polemiche alla vigilia di un appuntamento così importante per Taranto e per l’intero territorio», ma di ritenere ora doveroso «ristabilire la verità dei fatti» per evitare che la versione finale circoli in assenza di dettagli di contesto.
Il riferimento allo stadio intitolato a Iacovone
Nel documento pubblico la vedova ricorda il legame tra la vicenda personale e il luogo scelto per la cerimonia: lo stadio della città, rinnovato per l’occasione, porta il nome di suo marito ed è per questo che l’aspettativa attorno alla loro partecipazione era alta. Il testo ricostruisce la vicenda che portò alla morte di Erasmo Iacovone: la notte tra il 5 e il 6 febbraio 1978 il centravanti fu coinvolto in un incidente in cui la sua Citroen Dyane venne speronata da un’Alfa Romeo 2000 Gt in fuga da un posto di blocco; i traumi riportati furono fatali. Iacovone aveva 25 anni.
La dedicazione dello stadio, che è avvenuta subito dopo la tragedia, è ricordata nel post come un gesto iniziale di omaggio da parte della città; tuttavia Raisi mette in luce la differenza tra l’apposizione di un nome sulla facciata e la pratica quotidiana della memoria. Nel suo ragionamento emerge una distinzione tra l’atto simbolico — dare un nome a un impianto — e la cura della memoria, che richiede attenzione continua e gesti concreti rivolti anche ai familiari diretti.
Nel richiamare questi elementi storici, la vedova non cerca una ribalta personale: il riferimento alla storia di Iacovone serve a collocare il dissenso dentro un quadro di rispetto e memoria collettiva. La ricostruzione dell’incidente e l’età del giocatore compaiono nel testo come fatti che spiegano il valore affettivo e civile del luogo scelto per la cerimonia inaugurale.
La critica alla gestione della memoria e alla stampa locale
Oltre a ricostruire i fatti, la vedova dedica spazio a una riflessione critica sul modo in cui la memoria del marito è custodita e raccontata. Nel post sostiene che «non basta chiamare uno stadio ‘Erasmo Iacovone’ per onorare Erasmo Iacovone. Un nome sulla facciata non è memoria. La memoria è attenzione. La memoria è sensibilità. La memoria è riconoscenza. La memoria, soprattutto, è rispetto». In queste frasi è condensata la sua delusione per quello che percepisce come un deficit di attenzione verso la dimensione privata e familiare del ricordo.
Raisi solleva anche osservazioni dirette alla stampa locale, cui riconosce il diritto di raccontare i lavori e le trasformazioni dell’impianto, ma rimprovera una scarsa curiosità su «ciò che accade dentro quella cornice». La sua critica non riguarda la cronaca delle infrastrutture, ma la minore attenzione riservata alla vicenda umana e alle condizioni in cui la memoria viene effettivamente custodita, con particolare riguardo alla figlia, a cui nel post si riferisce con il nome di battesimo, Rosy.
È significativo che la vedova richiami anche la sensibilità nei confronti della figlia: la sua preoccupazione è che l’uso del nome del padre in un contesto di festa non sia accompagnato da un analogo riguardo verso le persone a cui quel nome rimanda quotidianamente. Rosy compare nel discorso come elemento che rende la questione più personale e insiste sulla necessità che l’onore simbolico si traduca in pratiche di rispetto.
Il ruolo dei tifosi e le reazioni
Nella sua ricostruzione Paola Raisi attribuisce a sollecitazioni arrivate dal mondo dei tifosi un ruolo operativo nell’attivare il comitato organizzatore. Ha scritto che «il comitato mi ha chiamata solo dopo le sollecitazioni dei tifosi che richiedevano la nostra presenza». Questa dinamica, secondo la vedova, mette in luce una gestione che ha reagito più agli stimoli esterni che a un piano previsto e rispettoso nei riguardi della famiglia del dedicatario.
Il richiamo ai tifosi non viene usato come alibi ma come elemento che spiega la tempistica: l’attenzione mediatica e popolare avrebbe generato una chiamata tardiva, non preceduta da un invito pianificato. La sequenza di eventi così descritta è il nucleo che Raisi intendeva chiarire con la pubblicazione della sua versione: non una contrapposizione alla città, ma una richiesta di verità sui tempi e sulle forme dell’invito.
La vicenda, così come raccontata dalla vedova, si chiude con un punto di chiarezza: la sua scelta di non partecipare non nasce da un rifiuto aprioristico dell’evento, bensì da una valutazione sul modo in cui la chiamata è giunta. La vedova Iacovone ha quindi deciso di rendere pubblica la propria ricostruzione per evitare che la sola immagine finale — il rifiuto — sostituisse la complessità della storia personale e del rapporto con la città.

