Donald Trump alza ancora il livello dello scontro con l’Iran e rivendica il predominio degli Stati Uniti nel Golfo. “Abbiamo spazzato via l’Iran”, ha dichiarato il presidente americano in un’intervista telefonica a Michael Cohen, il suo ex avvocato personale, con il quale è tornato a parlare pubblicamente dopo anni di durissimi scontri. Secondo Trump, Teheran conserva “alcuni missili e droni”, ma avrebbe ormai una capacità produttiva limitata.
Il presidente Usa ha poi concentrato l’attenzione sullo Stretto di Hormuz, diventato uno dei punti decisivi della guerra: “Gli Stati Uniti controllano sostanzialmente lo Stretto di Hormuz e presto ne avranno il pieno controllo”. Una dichiarazione che si inserisce nella battaglia di narrazioni tra Washington e Teheran. Nei giorni scorsi Trump aveva già sostenuto che il passaggio fosse aperto, mentre l’Iran continuava a definirlo chiuso.
Hormuz, passano soltanto sette navi
I dati sul traffico marittimo raccontano intanto una situazione ancora lontanissima dalla normalità. Secondo i dati di Kpler riportati da Reuters, giovedì soltanto sette navi commerciali di materie prime hanno attraversato Hormuz, contro le 14 del giorno precedente: quattro in entrata e tre in uscita. Tra queste non risultavano né grandi petroliere VLCC né metaniere per il trasporto di Gnl. Prima della guerra, attraverso questo corridoio passava circa un quinto dei flussi mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto.
La crisi dello Stretto continua quindi a pesare direttamente sui mercati energetici. Venerdì il Brent, dopo aver raggiunto 94,71 dollari al barile, è tornato poco sopra i 93 dollari, ma si avvia verso il secondo rialzo settimanale consecutivo. Nell’ultima settimana il greggio europeo ha guadagnato oltre il 7%, mentre il Wti americano è salito di oltre l’8%.
Trump apre il “D-Day economico”
Alla pressione militare Washington vuole ora affiancare una nuova offensiva finanziaria. Trump ha annunciato quello che la Casa Bianca ha ribattezzato “Economic D-Day”, promettendo conseguenze pesantissime non soltanto per l’Iran, ma anche per governi e soggetti economici che continueranno a sostenerlo.
Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato la preparazione delle “sanzioni più dure della storia” contro Teheran, con l’obiettivo dichiarato di esercitare la massima pressione economica sul regime senza dover intensificare ulteriormente l’intervento militare. Nel mirino potrebbero finire le esportazioni petrolifere, le transazioni finanziarie e le reti attraverso cui l’Iran aggira le restrizioni internazionali.
Secondo le ricostruzioni della stampa americana, l’amministrazione starebbe valutando un ventaglio di strumenti estremamente aggressivo. Tra le ipotesi circolate c’è anche un possibile intervento sugli asset iraniani. Particolarmente delicato resta il capitolo delle sanzioni secondarie contro i Paesi che commerciano con Teheran, perché potrebbe coinvolgere anche grandi economie come Cina e India. Pechino, principale acquirente del petrolio iraniano, continua a chiedere una soluzione diplomatica.
Teheran: “Un altro fallimento”
La risposta iraniana non si è fatta attendere. Teheran ha definito la nuova offensiva americana una forma di “terrorismo economico”, respingendo l’idea che ulteriori sanzioni possano costringere la Repubblica islamica alla resa.
Il nuovo scontro arriva dopo il sostanziale fallimento dei tentativi diplomatici degli ultimi mesi. La finestra di 60 giorni prevista dall’intesa raggiunta a giugno è scaduta senza un accordo definitivo: Washington e Teheran si accusano reciprocamente di aver fatto naufragare il percorso, mentre il controllo di Hormuz resta uno dei principali nodi irrisolti.
La strategia di Trump appare ora sempre più chiara: combinare pressione militare, controllo delle rotte marittime e isolamento economico per costringere l’Iran a cedere. Ma la risposta di Teheran e il traffico ancora ridottissimo attraverso Hormuz mostrano che, nonostante le dichiarazioni di vittoria della Casa Bianca, la guerra è tutt’altro che conclusa.
