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Percorsi di deradicalizzazione, cosa prevede l’Europa e perché l’Italia non ha ancora un sistema nazionale

Prima dell’attentato contro il Pride di Berlino, Abdul Ballout aveva sostenuto alcuni colloqui preliminari per accedere a un programma di deradicalizzazione. L’Unione europea promuove una strategia comune, ma lascia l’attuazione agli Stati: mentre la Germania punta anche sul reinserimento, l’Italia continua a concentrarsi soprattutto sul monitoraggio della minaccia

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Come funzionano i percorsi di deradicalizzazione - nella foto, la bandiera dello Stato Islamico

Unknown authorUnknown author — Public domain — via Wikimedia Commons (https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2287451)

Giulia Camuffo di Giulia Camuffo

Classe 2003, Veneta trapiantata a Milano. Ho studiato Relazioni Internazionali e iniziato a scrivere documentando le manifestazioni sul territorio Lombardo. Collaboro con l’agenzia Alanews e con il magazine indipendente Scomodo.

Abdul Ballout, l’uomo che ha commesso l’attentato durante il Pride di Berlino lanciandosi con un veicolo sulla folla, era stato inserito in un percorso di deradicalizzazione. Secondo quanto riportato dai media tedeschi, aveva già sostenuto due colloqui preliminari, uno a giugno e uno all’inizio di luglio. Un terzo incontro era fissato per il giorno successivo all’attacco. Gli operatori, tuttavia, dubitavano che volesse aderire sinceramente al percorso e non lo consideravano un candidato adatto. Il caso ha riportato alla luce una domanda: cosa possono fare le istituzioni con una persona che ha aderito a un’ideologia estremista, ma che non può essere detenuta indefinitamente perché considerata ancora pericolosa?

Cosa significa deradicalizzare

Un programma di deradicalizzazione non è una terapia standard e non coincide con la sorveglianza di polizia. È un percorso individuale che può coinvolgere psicologi, assistenti sociali, educatori, esperti religiosi, mediatori culturali, familiari e servizi per il lavoro. L’obiettivo è intervenire sui fattori che hanno favorito l’adesione all’estremismo: isolamento, ricerca di appartenenza, traumi, legami con gruppi violenti, propaganda online o convinzioni ideologiche.

Gli esperti distinguono la deradicalizzazione, cioè il cambiamento delle convinzioni, dal disimpegno: una persona può smettere di usare la violenza e interrompere i rapporti con un gruppo terroristico senza rinnegare completamente le proprie idee. Per le istituzioni il secondo risultato è spesso più realistico e, sul piano della sicurezza, non necessariamente meno importante. I percorsi possono essere volontari oppure collegati all’esecuzione di una pena, alla libertà vigilata o alla probation. Nessun colloquio, però, può azzerare il rischio.

Cosa prevede l’Unione europea in materia di deradicalizzazione

Non esiste una legge che obblighi tutti gli Stati dell’Unione ad adottare lo stesso programma. La sicurezza nazionale resta principalmente responsabilità dei governi, mentre Bruxelles stabilisce alcune regole comuni, finanzia progetti e favorisce lo scambio di informazioni. La direttiva europea 2017/541 armonizza soprattutto la risposta penale: impone agli Stati di punire condotte come l’addestramento, il reclutamento, il finanziamento, i viaggi a fini terroristici e la pubblica provocazione a commettere attentati. Non introduce invece un modello vincolante di deradicalizzazione né stabilisce chi debba gestirlo, quanto debba durare o quali strumenti vadano utilizzati. Un altro intervento comune riguarda internet: il regolamento europeo 2021/784 consente alle autorità nazionali di ordinare alle piattaforme la rimozione dei contenuti terroristici entro un’ora. È una misura preventiva diretta contro la propaganda, ma non sostituisce il lavoro individuale sulle persone già coinvolte nell’estremismo.

Dal 2024 la cooperazione è coordinata attraverso l’EU Knowledge Hub on Prevention of Radicalisation, che ha raccolto l’esperienza della precedente Radicalisation Awareness Network. Le priorità europee comprendono la prevenzione tra i minori, la radicalizzazione online, il lavoro nelle carceri, la riabilitazione e il reinserimento dopo la scarcerazione. Il modello promosso è multidisciplinare: polizia, giustizia, servizi sanitari e sociali devono condividere la valutazione del rischio e assicurare continuità tra carcere e territorio. Non significa, però, che questi servizi esistano con la stessa capillarità ovunque. Alcuni Paesi dispongono di strutture nazionali e reti locali consolidate; altri lavorano quasi soltanto sui detenuti o attraverso progetti temporanei finanziati dall’Unione.

Percorsi di deradicalizzazione: il modello tedesco

La Germania possiede uno dei sistemi più strutturati d’Europa, ma neppure qui esiste un unico programma. La natura federale del Paese ha prodotto una rete composta da governo centrale, Länder, Comuni e organizzazioni della società civile. Dal 2012 il Bamf, l’Ufficio federale per la migrazione e i rifugiati, gestisce un centro nazionale di consulenza sulla radicalizzazione. Familiari, insegnanti o conoscenti possono contattarlo quando temono che una persona stia aderendo all’estremismo islamista. Dopo una prima valutazione, il caso può essere affidato a un’organizzazione specializzata presente sul territorio. La famiglia è spesso il primo interlocutore: ricostruire un rapporto di fiducia può servire a ridurre l’influenza del gruppo estremista.

Esistono inoltre programmi di uscita dall’estremismo di destra e percorsi per detenuti o persone sottoposte a misure giudiziarie. I colloqui iniziali servono a comprendere la motivazione del soggetto, il rischio di violenza e la possibilità concreta di costruire un percorso. Proprio questa fase sembra essere rilevante nel caso Ballout: aver partecipato ad alcuni incontri non significa aver completato, e forse neppure iniziato, una “vera deradicalizzazione“. Il punto di forza del programma tedesco sta nella presenza di interlocutori anche fuori dal carcere. Il limite è la frammentazione tra territori e organizzazioni, oltre alla difficoltà di condividere informazioni sensibili tra consulenti e apparati di sicurezza senza distruggere il rapporto di fiducia con la persona seguita.

Come funziona in Italia

In Italia manca una legge-quadro nazionale che organizzi una rete permanente, definisca ruoli e responsabilità e renda disponibili percorsi omogenei sul territorio. La normativa italiana è sviluppata soprattuto sul versante repressivo: il decreto antiterrorismo del 2015, convertito nella legge 43/2015, ha rafforzato i reati relativi all’addestramento, all’autoaddestramento e all’organizzazione di trasferimenti all’estero per finalità terroristiche, oltre agli strumenti investigativi e alle misure di prevenzione, ma non ha istituito un sistema nazionale di deradicalizzazione paragonabile a quello tedesco.

Una proposta organica era stata approvata dalla Camera nel 2017, ma non completò l’iter prima della fine della legislatura. Un nuovo disegno di legge, l’atto S.105, era stato presentato al Senato nell’ottobre 2022 e prevedeva un comitato parlamentare di monitoraggio, un centro nazionale e centri regionali di coordinamento, formazione per gli operatori e programmi nelle scuole, nelle carceri e sul territorio. Questo disegno però risulta ad oggi assegnato alla commissione competente senza che ne sia iniziato l’esame.

Il sistema effettivamente operativo si concentra soprattutto nelle carceri. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e il Nucleo investigativo centrale della Polizia penitenziaria raccolgono e analizzano le segnalazioni relative ai detenuti classificati secondo diversi livelli di rischio. Direttori, agenti, educatori, mediatori e personale religioso osservano eventuali cambiamenti di comportamento, attività di proselitismo, possesso di propaganda o rotture improvvise con la famiglia. Il monitoraggio, tuttavia, non equivale automaticamente alla deradicalizzazione: servirebbe a valutare e contenere il pericolo. Possono affiancarlo colloqui psicologici, attività educative, mediazione culturale, sostegno religioso qualificato e preparazione al reinserimento, ma non esiste un protocollo nazionale obbligatorio applicato nello stesso modo in ogni istituto.

La relazione del ministero della Giustizia sull’attività del 2025 conferma il monitoraggio dei detenuti a rischio e la formazione specialistica della Polizia penitenziaria.

Al di fuori del carcere però questi percorsi non seguono una normativa chiara: esistono progetti europei, iniziative universitarie e protocolli locali: in Umbria, per esempio, procure, istituzioni territoriali e servizi hanno avviato una collaborazione per la prevenzione della radicalizzazione giovanile e il reinserimento. Esperienze che, comunque, non costituiscono una rete nazionale accessibile a una famiglia, una scuola o un operatore sociale.

L’Italia dispone di un apparato antiterrorismo riconosciuto e di un sistema penitenziario di osservazione, ma continua a privilegiare l’individuazione della minaccia rispetto alla costruzione di percorsi civili e territoriali di uscita dall’estremismo. Il caso Ballout mostra il limite di questi percorsi: possono ridurre il rischio, ma non eliminarlo. Il caso impone anche una riflessione più ampia sulla capacità delle società europee di includere persone nate o cresciute al loro interno, ma rimaste ai margini sul piano sociale, culturale e relazionale. La mancata integrazione non basta a spiegare la radicalizzazione e non esiste un legame automatico tra origine migratoria ed estremismo. Isolamento, discriminazione, precarietà e assenza di legami con le istituzioni possono però creare vulnerabilità sulle quali intervengono propaganda e reclutatori, offrendo un’identità e un senso di appartenenza alternativi.

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