Hussam Abu Safiya è detenuto nelle carceri israeliane dal 27 dicembre 2024, senza che nei suoi confronti sia stata formulata un’accusa formale. A oltre 570 giorni dal suo arresto, il figlio Elyas ha rivolto un appello alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, chiedendole di utilizzare il proprio ruolo e i canali diplomatici italiani per ottenere la liberazione del padre. Il messaggio è arrivato durante un incontro organizzato al Comune di Torino dal movimento Torino per Gaza.
Hussam Abu Safiya, l’appello del figlio a Giorgia Meloni
“Mi rivolgo alla presidente Meloni con rispetto, come figlio che teme per la vita del padre”, ha affermato Elyas Abu Safiya, intervenuto in videocollegamento. “So che lei è una figura potente e chiedo di usare la sua posizione, i suoi contatti e le risorse diplomatiche per proteggere la vita di mio padre e lavorare per la sua liberazione”.
Il pediatra si trova in isolamento nella prigione di Rakefet. Secondo quanto riferito dalla famiglia e dalle organizzazioni che seguono il caso, le sue condizioni di salute sarebbero gravemente peggiorate durante la detenzione.
“Un padre e un essere umano che ha dedicato la sua vita a salvare i bambini, e oggi è lui che deve avere la possibilità di vivere“, ha continuato Elyas. “Le chiedo di aiutarci prima che sia troppo tardi, di aiutarci a proteggere i medici che dovrebbero essere negli ospedali, non in detenzione“.
L’arresto all’ospedale Kamal Adwan
Hussam Abu Safiya, pediatra e direttore dell’ospedale Kamal Adwan di Beit Lahia, nel nord della Striscia di Gaza, è stato arrestato dall’esercito israeliano il 27 dicembre 2024. Quel giorno le forze israeliane fecero irruzione nella struttura, che dopo settimane di assedio era rimasta uno degli ultimi ospedali ancora parzialmente operativi nel nord dell’enclave.
Le immagini del medico con il camice bianco mentre camminava tra le macerie in direzione di un mezzo militare israeliano fecero il giro del mondo. Durante l’operazione vennero fermate oltre 240 persone, tra pazienti e operatori sanitari. Israele sostenne che l’ospedale fosse utilizzato come centro di comando di Hamas e accusò Abu Safiya di essere legato all’organizzazione palestinese. L’esercito non ha però presentato pubblicamente prove a sostegno dell’accusa, respinta sia da Hamas sia dai colleghi e dalle organizzazioni umanitarie che hanno lavorato con il medico.
Abu Safiya è trattenuto in base alla legge israeliana sui cosiddetti “combattenti illegali”, che consente di prolungare la detenzione senza processo. Il 16 giugno 2026 la Corte Suprema israeliana ha respinto il ricorso presentato per ottenerne la liberazione, basando la decisione su materiale riservato al quale né il pediatra né i suoi legali hanno potuto accedere.
Le denunce sulle condizioni in carcere
Quando è comparso in videocollegamento davanti alla Corte Suprema, Abu Safiya è apparso molto dimagrito e con le mani ammanettate. La famiglia sostiene che abbia perso circa 40 chili, riportato la frattura di quattro costole e sviluppato diversi problemi di salute senza ricevere cure adeguate. Il servizio penitenziario israeliano ha respinto le accuse di maltrattamenti, affermando che i detenuti ricevono assistenza medica e che le segnalazioni di abusi vengono esaminate.
All’inizio di luglio Amnesty International ha denunciato un “rischio imminente” per la vita del pediatra e ne ha chiesto la liberazione immediata. Anche alcuni esperti delle Nazioni Unite hanno rivolto la stessa richiesta al governo israeliano. Secondo Amnesty, l’isolamento prolungato avrebbe superato il limite di 15 giorni indicato dalle Nelson Mandela Rules delle Nazioni Unite e potrebbe configurare un trattamento crudele, inumano o degradante.
Prima dell’arresto, Abu Safiya aveva continuato a lavorare al Kamal Adwan nonostante i bombardamenti, la carenza di medicinali e gli ordini di evacuazione. Nell’ottobre 2024 un attacco con un drone aveva ucciso suo figlio Ibrahim all’ingresso dell’ospedale; il mese successivo lo stesso medico era rimasto ferito dalle schegge di un altro attacco.
“Non dimenticate Gaza e mio padre“, ha chiesto Elyas durante l’incontro di Torino. “Gaza è fatta di famiglie, di bambini con sogni, di madri che aspettano i loro figli, di medici che cercano di salvare gli altri”. Alla sua richiesta si sono uniti il presidente di ActionAid Italia Abderrahmane Amajou e i consiglieri comunali Luca Pidello e Pietro Tuttolomondo, che hanno sollecitato un intervento per arrivare alla liberazione immediata del pediatra.
