Nicola Gratteri, procuratore capo di Napoli, sul caso del gioielliere Mario Roggero indica una linea netta: la grazia si valuta solo dopo il carcere. La barra resta su un percorso penitenziario verificabile, non su scorciatoie mediatiche. Il magistrato è intervenuto a Ponza d’Autore e, in un colloquio con l’Adnkronos, ha ricondotto le polemiche «politiche» entro i confini del codice.
Il caso Roggero e il percorso penitenziario
Davanti a una sentenza definitiva della Corte di Cassazione e ai «molti video» acquisiti, Nicola Gratteri ha chiesto di evitare processi mediatici e anticipazioni di giudizio. La sua posizione sul punto è stata esplicita: «Di grazia non si può parlare prima di andare in carcere. Ci vuole un percorso, bisogna dimostrare fattivamente il ravvedimento se c’è stato».
Per il capo della Procura partenopea, la verifica non può prescindere dal lavoro degli educatori in istituto: saranno loro a «documentare la progressione, il cambiamento, il mutamento, anche psicologico del detenuto». In questo quadro Nicola Gratteri separa l’iter giudiziario dall’iter rieducativo: la discussione pubblica non sostituisce i passaggi interni al carcere e non può soppiantare gli atti. Da qui il richiamo a misure fondate su prove e valutazioni formali, evitando che il dibattito politico — definito «politico» dallo stesso magistrato — sposti l’attenzione dagli elementi già agli atti, tra cui i filmati citati.
Riforme processuali e intercettazioni
Dal palco di Ponza, Nicola Gratteri è entrato anche nel merito delle recenti modifiche al codice di procedura penale, giudicandole un fattore di rallentamento per i tempi dei processi. A suo avviso le novità «hanno rallentato la giustizia» perché hanno alzato la soglia per l’acquisizione della prova e reso più complessi i passaggi temporali. Ha richiamato la distribuzione dei ruoli nella maggioranza di governo e ha attribuito a Forza Italia la scelta di puntare su riforme che, nelle sue parole, complicano la raccolta della prova.
Sulle intercettazioni, invece, il giudizio è positivo per la norma che consente di colpire gli hacker e, quando utile, di valorizzarne la collaborazione: «è stata veramente utile», ha osservato, citando l’arresto a Napoli dell’hacker che aveva accesso al dominio del ministero della Giustizia come esempio concreto. Ma l’inasprimento delle pene, da solo, non basta. Per Nicola Gratteri servono interventi procedurali capaci di accorciare i tempi effettivi dei giudizi: «Ciò che serviva era dare risposte alla gente che non può aspettare sette anni per avere una sentenza, ma piuttosto un anno, un anno e mezzo».
In chiusura, rispondendo a una domanda sull’anniversario della strage di Via D’Amelio e sullo stato delle mafie, il procuratore ha confermato che le organizzazioni criminali hanno modificato il modus operandi e la capacità di corruzione. Come anticipato, le dichiarazioni sono arrivate da Ponza, nel corso di Ponza d’Autore, in un colloquio l’con Adnkronos.
