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Trump accusa la Cina di furto dati 2020, ma i documenti non provano brogli elettorali

I documenti citati non provano alterazioni dei risultati 2020 e l'intelligence valuta "basso" o "medio" l'affidamento delle accuse.

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Redazione Esteri di Redazione Esteri

La Redazione Esteri di alanews.it segue e analizza i principali avvenimenti internazionali, offrendo aggiornamenti tempestivi e approfondimenti sui temi che influenzano gli equilibri globali. Il team monitora costantemente politica, economia, conflitti, diplomazia e società nei diversi continenti, con particolare attenzione all’impatto delle dinamiche internazionali sull’Italia e sull’Europa. Attraverso notizie, analisi e contenuti multimediali, la redazione racconta l’attualità globale con un approccio chiaro, verificato e basato su fonti affidabili, contribuendo a fornire ai lettori una visione completa e contestualizzata degli eventi che segnano il panorama internazionale.

Donald Trump ha accusato la Cina di aver sottratto dati dagli archivi elettorali statunitensi del 2020, sostenendo in un discorso trasmesso negli Stati Uniti, ieri sera, che Pechino abbia ottenuto «220 milioni di file» con nomi, numeri di telefono e affiliazioni politiche. Ha legato quell’accusa a una richiesta politica immediata: nuove regole federali per blindare il voto.

Nell’intervento ha chiesto al Congresso di approvare il Save America Act, presentato come risposta alle «vulnerabilità» che, a suo dire, esporrebbero il sistema a intrusioni di potenze straniere. Ha aggiunto che le valutazioni dell’intelligence giustificano un intervento legislativo, in vista dei prossimi midterm.

Le accuse e le richieste di legge

Trump ha collegato le presunte acquisizioni di dati da parte della Cina a tre pilastri normativi: obbligo di presentare un documento di identità al seggio, prova di cittadinanza per l’iscrizione nelle liste, limiti al voto per corrispondenza. Secondo quanto ha affermato, questi punti ridurrebbero il rischio di sfruttare falle informatiche e organizzative del sistema elettorale. Ha definito l’accesso ai dati «il più grande furto di dati elettorali nella storia» e ha indicato il sito della Casa Bianca come luogo dove reperire «prove» a sostegno delle sue parole.

Nel medesimo passaggio ha annunciato che gli Stati potranno contare su supporto operativo per «correggere le vulnerabilità» prima del voto e ha ricordato di aver smantellato, in passato, alcuni organi e iniziative federali dedicate alla sorveglianza del processo elettorale. I critici hanno osservato che una parte di quelle strutture era stata abolita proprio durante la sua amministrazione.

Cosa dicono i documenti diffusi dalla Casa Bianca

Le carte citate nel discorso sono state pubblicate dalla Casa Bianca nelle ultime ore. Nei testi diffusi si precisa però che i documenti non forniscono prove di alterazione dei risultati delle elezioni statunitensi del 2020. L’analisi della Cia, riportata sul sito istituzionale e richiamata anche nelle note di accompagnamento al discorso, descrive capacità potenziali di manipolazione di determinati sistemi in Paesi esteri, ma non documenta brogli su larga scala riconducibili a Pechino nelle consultazioni americane.

Nel rapporto di intelligence, in più punti, il livello di affidamento delle valutazioni è indicato come «basso» o «medio». Giornali e analisti che hanno esaminato le carte hanno inoltre rilevato che molte delle informazioni menzionate nelle accuse — elenchi di contatti, dati anagrafici, preferenze dichiarate — risultano pubbliche o commerciabili, come emerge dal materiale reso pubblico.

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I casi locali e il nodo Michigan

Per sostenere la tesi della vulnerabilità del sistema, Trump ha richiamato anche episodi locali. Ha citato un’inchiesta in Michigan su registrazioni sospette risalenti al 2020 e ha affermato che documenti «appena desecretati» mostrerebbero la dimensione del problema. Dalla documentazione pubblicata risulta però che quelle carte erano già note: riguardano richieste di registrazione ritenute irregolari e poi respinte oppure non utilizzate per la spedizione delle schede dagli uffici elettorali locali.

Nel quadro tracciato da Trump, questi casi indicherebbero la necessità di un giro di vite nazionale su verifiche d’identità e cittadinanza. La proposta incontra però resistenze anche dentro il Partito Repubblicano: diversi parlamentari non intendono ridurre l’accesso al voto postale, pratica molto usata in vari Stati a guida conservatrice, dove una stretta potrebbe penalizzare i candidati del partito. I Democratici hanno accusato l’ex presidente di voler delegittimare in anticipo i risultati dei midterm attraverso una campagna comunicativa mirata.

Tv, minacce e scontro politico

L’eco del discorso è passata anche dalla televisione. Alcune emittenti nazionali — tra cui Abc, Nbc e Cnn — hanno mandato in onda soltanto spezzoni commentati nelle loro edizioni; Fox News ha trasmesso l’intervento integrale. Trump ha reagito accusando le reti che hanno tagliato il discorso di essere «parte del complotto» e le ha definite favorevoli alla sinistra. Ha poi minacciato sanzioni, avvertendo che potrebbe revocare le licenze a chi non trasmette la sua allocuzione nella sua interezza.

Il confronto mediatico si intreccia con il dibattito sul voto a distanza e sui controlli d’identità, che resta divisivo. Da una parte, l’ex presidente insiste su un pacchetto uniforme di misure per limitare rischi di intrusioni straniere; dall’altra, nel Congresso emergono calcoli elettorali contrari a restringere strumenti usati dagli stessi elettori repubblicani in Stati chiave.

Resta il nodo centrale dei documenti: le carte rese disponibili online indicano capacità potenziali e livelli di affidamento «basso» o «medio», ma non attestano alterazioni dei risultati del 2020 negli Stati Uniti. Dopo l’appello lanciato ieri sera, il presidente ha ribadito di avere «prove» a disposizione sul sito della Casa Bianca; il Save America Act dovrà ora essere esaminato dal Congresso.

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