9 luglio 2026 – L’aeronautica giordana è entrata in azione dopo una presunta violazione dello spazio aereo da parte dell’Iran. “Sono scattate le sirene d’allarme dopo che lo spazio aereo del Regno è stato violato da missili lanciati dall’Iran, i quali sono stati intercettati”, ha dichiarato Mohammad Momani all’emittente Al Mamlak. Le forze armate giordane hanno intercettato missili iraniani penetrati nello spazio aereo del Regno: lo ha annunciato il ministro delle Comunicazioni e portavoce del governo.
Giordania, tutte le volte che l’Iran ha violato il suo spazio aereo
Secondo l’agenzia di stampa statale, i missili abbattuti oggi sono otto, lanciati mentre Teheran colpiva anche Bahrein, Kuwait e Qatar in risposta ai raid americani su circa novanta obiettivi militari iraniani. Ma per la Giordania non si tratta di una novità: dall’aprile 2024 a oggi, gli episodi principali sono almeno sei. Il primo risale al 13 aprile 2024, quando l’Iran lanciò centinaia di droni e missili verso Israele in ritorsione per il raid sul consolato di Damasco: la Royal Jordanian Air Force ne intercettò diversi in coordinamento con Stati Uniti, Regno Unito e Francia. La scena si ripeté il primo ottobre dello stesso anno e poi nel giugno 2025, durante la guerra dei dodici giorni, con le sirene ad Amman e l’aeroporto chiuso.
Con lo scoppio della guerra del 2026 la pressione è aumentata: il 28 febbraio i proiettili iraniani diretti contro le installazioni americane nella regione sono entrati anche nei cieli giordan. A giugno, poi, Amman ha annunciato prima l’intercettazione di venti missili, quindi di altri cinque diretti verso Azraq, la cittadina che ospita la base aerea di Muwaffaq Salti, indicata dai Pasdaran come “centro di comando” americano.
Amman e le intercettazioni
Nelle prime occasioni, i missili iraniani non erano diretti contro la Giordania: attraversavano i suoi cieli in rotta verso Israele. Abbatterli, quindi, significava di fatto proteggere Tel Aviv dalla ritorsione di Teheran. Un ruolo pesante da sostenere per un Paese in cui oltre il 60% della popolazione è di origine palestinese e che, dall’inizio della guerra a Gaza, ha visto crescere la solidarietà della piazza verso i palestinesi. Per molti giordani, quelle intercettazioni erano un tradimento; per re Abdullah II, il prezzo della storica alleanza con l’Occidente. Oggi lo scenario è diverso: i missili puntano le basi americane sul territorio del Regno, come quella di Muwaffaq Salti, e l’autodifesa invocata da Amman non è più solo una formula diplomatica. La posizione ufficiale, però, resta la stessa di sempre: la Giordania non sarà “campo di battaglia” di nessun conflitto.
