A Vico Miradois, nel cuore antico di Napoli, c’è una casa che racconta due storie: quella di un futuro costruito con ostinazione e quella di un destino che, in un istante, ha rimescolato tutte le carte. Angela e Massimo avevano investito qui la loro vita, affrontando i sacrifici di un mutuo a lungo termine per garantire pareti sicure e radici solide ai loro tre figli: una ragazza di 14 anni, una di 11 e il più piccolo di 7. Una normalità frenetica e piena, interrotta di colpo nel febbraio del 2025.
Tutto accade in un attimo. La rottura improvvisa di una Mav, una malformazione angiovenosa congenita rimasta in silenzio fino a quel giorno, trascina Angela, 44 anni, in un abisso. Inizia un’odissea clinica durissima, la corsa disperata all’ospedale, un delicatissimo intervento salvavita, il terrore di un blocco respiratorio lungo dieci minuti e venti giorni sospesa in terapia intensiva. Eppure, Angela si aggrappa alla vita con una tenacia che spiazza i medici, contrari persino alle sue dimissioni da una struttura di lungodegenza perché convinti che non avrebbe più reagito.

Ma Massimo decide di riportarla a casa, e da quel momento inizia il vero miracolo. Con una forza di volontà straordinaria e il supporto di terapie private, Angela fa passi da gigante: dice addio alla tracheotomia e recupera l’uso di gran parte del lato destro del corpo. Il ritorno a casa, però, si scontra subito con la realtà strutturale del palazzo: un edificio storico dove l’unico collegamento con la strada è una ripida rampa di scale del ‘600 in basalto lavico. Per la sedia a rotelle di Angela, quei gradini scivolosi si trasformano in un confine invalicabile. In questa complessa trincea quotidiana, Massimo compie l’unica scelta possibile per assistere sua moglie e gestire i tre figli, ferma la sua vita professionale.
“Non lavoro più da dieci mesi, sono diventato il suo caregiver. Questa è la parola che si usa ormai. Gestisco Angela, la casa, i bambini. A ottobre ho dovuto lasciare il lavoro per assisterla.”
La corsa contro il tempo e la trappola della burocrazia
Il rientro a casa segna l’inizio di una nuova fase, ma apre anche una complessa sfida legata ai tempi della riabilitazione. Nelle patologie neurologiche il fattore tempo è cruciale per evitare la rigidità muscolare e mantenere i progressi motori. I protocolli standard per l’assegnazione degli ausili principali richiedono tuttavia dei tempi tecnici che Massimo, per la salute di Angela, non poteva attendere. Per garantire a sua moglie una continuità terapeutica immediata, ha scelto di provvedere subito autonomamente.
“Io ho acquistato tutto di tasca mia: lo standing per la stabilizzazione eretta 2700 euro, le scarpe ortopediche su misura da 600 euro, la sedia da 350 euro. Se avessi aspettato i tempi della burocrazia sarebbero passati sei mesi senza riabilitazione. Più tempo passa e meno recuperi. Tra tutti gli ausili che ho comprato sto a 10.000 euro. Pago un mutuo, le bollette, le spese che si devono sostenere, e poi ti ritrovi a non poter neanche uscire di casa.”

A questo si aggiunge un piano privato di sedute di fisioterapia e logopedia che si aggira intorno ai 400 euro a settimana. Uno sforzo immenso che ora guarda a una doppia, cruciale tappa. A settembre Angela si trasferirà prima a Rimini, presso l’ospedale “Sol et Salus”, per affrontare degli interventi: l’équipe interverrà nello stesso blocco operatorio per correggere i due piedi in equino e la spalla sinistra anteposta.
Dopo i primi 30 giorni di riabilitazione ortopedica post-operatoria in Romagna, il programma non prevede il rientro a casa come vorrebbe l’Asl. Per non vanificare l’esito della chirurgia, il secondo step sarà il trasferimento immediato a Bologna, presso la clinica di neuroriabilitazione “Villa Bellombra”. Un centro di alta specializzazione dove Angela dovrà affrontare un percorso neurologico, motorio e cognitivo. È proprio questa degenza a rappresentare il vero scoglio economico: 400-500 euro al giorno per circa quattro mesi. Per coprire questa spesa, che supera i 50.000 euro, la famiglia ha dovuto aprire una campagna di crowdfunding online, sulla piattaforma GoFundMe, diventata ormai l’unica speranza per finanziare le cure e non interrompere il cammino di Angela verso il recupero
Il welfare del vicolo: perché non si può andare via
Davanti a questa situazione, qualcuno potrebbe ipotizzare un trasferimento in una casa più accessibile. Ma per Massimo, sradicare la famiglia da Vico Miradois è fuori discussione. Allontanarsi significherebbe spezzare un ingranaggio di mutuo soccorso che permette ai suoi figli di avere ancora una vita normale.
“Se mi sposto da qui, il carico diventa impossibile. Come faccio a portare i ragazzi a scuola? Dovrei scendere ogni volta con tutti e tre, affrontando l’impossibile. I servizi come il pulmino hanno orari rigidi e se un bambino non sta bene io devo poter correre subito. I ragazzi non vogliono andarsene, hanno i loro amici, la loro normalità. La mano santa io ce l’ho dalle persone del posto, dai commercianti, dai vicini. Basta una telefonata e si organizzano per il doposcuola, per la spesa, per guardarmi i figli mentre io assisto Angela. Se mi spostano, perdo questo aiuto e crolla tutto.”

È una geografia della solidarietà che si attiva ogni giorno, soprattutto quando c’è bisogno di muoversi. Per scendere o salire quei gradini così ripidi e scivolosi, Massimo non può fare da solo: deve chiamare i suoi vicini di casa, che rispondono sempre presente. Qualche sera fa, dopo dieci mesi passati al chiuso, Angela ha espresso il desiderio di uscire per vedere il cielo. Massimo ha detto di sì, ma il rientro si è trasformato in un azzardo. Tra la pendenza della scalinata e le difficoltà del vicolo, l’equilibrio è precario: “Stavo inciampando anche io. Se non ci fossero state le braccia dei vicini a fare da contrappeso, sarebbe stata una tragedia”. Ogni volta che c’è da superare il dislivello con la strada, scatta questa catena umana spontanea: i residenti si uniscono e alzano Angela direttamente in carrozzina, sollevandola di peso per superare i gradini e rimetterla in connessione con il mondo.
La svolta: la politica sale i gradini
La battaglia di Massimo, amplificata con forza sui canali social, non è però solo una richiesta di assistenzialismo, ma una proposta per la collettività. Quello che chiede è l’installazione di un servoscala a pedana ribaltabile, una piattaforma sicura capace di accogliere la carrozzina. Un intervento che non servirebbe solo ad Angela, ma che abbatterebbe le barriere per tutti gli anziani e le persone fragili che vivono su quelle stesse scale.
Una richiesta ferma da sette mesi che, proprio in queste ore, ha vissuto una svolta significativa. La porta di casa si è aperta per una visita ufficiale: la vicesindaca di Napoli Lieto è salita fin su a Vico Miradois. Ha voluto conoscere Angela, parlare con Massimo e constatare di persona la complessa gestione dei tre bambini e l’ostilità di quel percorso di pietra.
Massimo ha accolto l’incontro con profonda gratitudine, pur mantenendo quel realismo ferreo tipico di chi combatte in prima linea da quasi un anno: “La vicesindaca è venuta di persona a casa nostra, ha visto la verità della nostra situazione ed è stata davvero una persona squisita, estremamente gentile e molto umana. Si è messa a completa disposizione e ha detto che si faranno carico di questa problematica per risolverla al più presto. Io sono grato, però in tutto questo tempo sono diventato anche un po’ scettico: abbiamo aspettato tanto e siamo scesi e saliti a piedi troppe volte.”
Il dialogo con il Comune adesso è aperto e la promessa è sul tavolo. La storia di Angela e Massimo dimostra che nel cuore di Napoli il tessuto umano sa essere più forte di qualsiasi barriera. La scommessa, adesso, passa alla burocrazia: dimostrare che i tempi delle istituzioni sanno correre veloci tanto quanto la straordinaria dignità e l’amore di questa famiglia.
