L’8 luglio 2026 la Corte d’Assise di Latina ha condannato Antonello Lovato a 16 anni di reclusione. La sentenza riguarda i fatti del giugno 2024, quando un macchinario ha amputato il braccio a Satnam Singh e l’uomo è stato poi lasciato davanti alla sua abitazione. La pubblica accusa aveva chiesto 22 anni per omicidio volontario con dolo eventuale; la Corte ha invece riconosciuto le attenuanti generiche. Nel corso del procedimento sono emersi anche nuovi sviluppi investigativi su presunti reati di caporalato e intermediazione illecita di manodopera.
Satnam Sing, l’omicidio nella fabbrica
La vittima, Satnam Singh, 31 anni, rimase gravemente ferita nell’incidente sul lavoro in un’azienda dell’agro pontino. Secondo le indagini, fu caricato su un veicolo e lasciato davanti all’abitazione dove viveva con la moglie, Soni. La donna chiamò i soccorsi; le ferite e l’emorragia si rivelarono fatali e Singh morì dopo alcune ore in ospedale.
La procuratrice aggiunta di Latina, Luigia Spinelli, ha commentato: “Quella di Satnam è la morte di un uomo che si poteva salvare, una vita che non si è spezzata all’improvviso, ma lentamente“. Spinelli e la pm Marina Marra avevano sostenuto che la condotta dell’imprenditore aveva privilegiato il profitto sulla sicurezza dei lavoratori, e per questo avevano chiesto la pena più alta.
Le dichiarazioni di Lovato
In aula Lovato ha negato l’intenzione di uccidere: “Non ho mai voluto uccidere nessuno – ha dichiarato – sono uno che ha sempre lavorato, ho ammesso le mie responsabilità, non posso essere condannato come se avessi consapevolmente voluto togliere la vita a un uomo“. Difensori e imputato hanno ribadito il ravvedimento e hanno chiesto clemenza nel corso della discussione.
La decisione della Corte ha suscitato reazioni da più parti. Il segretario nazionale della Cgil, Maurizio Landini, si è presentato al presidio del sindacato e ha detto che “non siamo di fronte a un caso individuale, bensì a un sistema e a un modello di fare impresa che va contrastato, applicando le leggi che nel nostro paese esistono“. L’associazione Libera ha chiesto che la sentenza segni “l’inizio di un radicale cambio di passo”, indicando la necessità di leggi applicate, controlli continui e ispettorati efficaci, oltre alla responsabilità penale per le aziende che lucrano sullo sfruttamento.
L’inchiesta si amplia al reato di caporalato
Nel corso del processo sono emersi elementi che hanno ampliato l’inchiesta oltre la sola posizione del titolare. A carico di Antonello Lovato sono state notificate ulteriori ordinanze per presunti reati di caporalato e intermediazione illecita di manodopera; le indagini hanno coinvolto anche il padre, Renzo Lovato, con provvedimenti restrittivi eseguiti dai carabinieri. Gli atti d’indagine rilevano l’impiego sistematico di lavoratori irregolari, pagati in nero e impiegati in condizioni ritenute pericolose.
La Corte ha inflitto la pena principale di 16 anni; rimangono aperti i procedimenti collegati ai capi d’imputazione per sfruttamento del lavoro. Alla lettura della sentenza erano presenti la moglie di Singh e parenti giunti dall’India. Le parti civili e gli avvocati delle difese hanno già annunciato i prossimi passaggi nelle sedi giudiziarie competenti. I carabinieri hanno eseguito le nuove ordinanze di custodia cautelare.
