Attacchi attribuiti alla Guardia rivoluzionaria iraniana hanno colpito nel Golfo una nave gasiera del Qatar, una petroliera saudita e un terzo tanker non identificato, due giorni dopo un avvertimento di Dmitry Medvedev. Secondo fonti legate a Teheran, gli abbordaggi mirano a far rispettare la registrazione delle navi presso la nuova Autorità dello stretto del Golfo persico e a subordinare il passaggio a licenze, con possibili pagamenti. Medvedev, rientrato a Mosca da Teheran il 4 luglio dopo aver guidato la delegazione ai funerali dell’ayatollah Ali Khamenei, ha definito lo Stretto di Hormuz «un’altra arma, non meno potente di una bomba atomica» e ha aggiunto che anche Bab el‑Mandeb «può essere usato, nel caso di un conflitto, per creare una situazione in cui tutti i trasporti di petrolio o altro siano completamente bloccati».
Le frasi sono state pronunciate durante il volo di ritorno da Teheran. L’ex presidente russo e attuale vicepresidente del Consiglio di sicurezza ha spiegato che Mosca sta monitorando da vicino i piani iraniani sugli stretti, sottolineando che «sono in corso discussioni su come lo Stretto opererà in futuro». Per Medvedev, il controllo di choke point come Hormuz e Bab el‑Mandeb rappresenta per Teheran una leva strategica in grado di condizionare i flussi marittimi.
Attacchi e richieste di licenze
Nelle stesse giornate una petroliera indiana, la Lila Vadinar, ha cambiato rotta tornando nel Golfo, mentre le unità colpite comprendono una nave gasiera del Qatar, una petroliera saudita e un terzo tanker non identificato. Il quadro ha rafforzato l’ipotesi operativa fatta circolare da ambienti vicini a Teheran: le navi che non risultano registrate presso la nuova autorità verrebbero fermate o costrette a dichiarare la propria posizione, con l’obiettivo di introdurre un regime di licenze e, se necessario, di pedaggi.
Il meccanismo di pressione si inserisce in un percorso avviato a maggio con l’istituzione dell’«Autorità dello stretto del Golfo persico», mossa letta come il tentativo di formalizzare una capacità di controllo sul transito a Hormuz. La tempistica è diventata centrale dopo l’ondata di attacchi nel Golfo e l’intervento pubblico di Medvedev, che ha rimesso al centro la vulnerabilità dei passaggi marittimi mediorientali.
Il cessate il fuoco e il ruolo dell’Oman
Il progetto iraniano ha incontrato un ostacolo nel testo del cessate il fuoco negoziato a metà giugno. Nei 14 punti sottoscritti dalla Casa Bianca compare il punto cinque, che recita: «l’Iran dialogherà con l’Oman per definire la futura amministrazione e i servizi marittimi di Hormuz in linea con i diritti sovrani degli Stati costieri dello Stretto». Secondo l’interpretazione di Washington, il passaggio indicherebbe un coinvolgimento limitato dell’Oman nella cornice dei diritti esistenti; Teheran vi ha letto invece la possibilità di esercitare un controllo più ampio e di imporre pedaggi.
La leva sugli stretti non è nuova nella strategia regionale iraniana. Nel 2023, Teheran aveva istigato la milizia yemenita degli Houthi a bloccare Bab el‑Mandeb e, da allora, il traffico in quell’area non si è pienamente ripreso. Il caso è stato accostato a precedenti internazionali: Mosca applica già licenze e dazi alle navi in transito lungo le rotte artiche, e l’eventuale accettazione di un «diritto di controllo» su Hormuz potrebbe alimentare rivendicazioni analoghe su altri choke point, come lo Stretto di Bering o di Malacca.
La tensione tra accordi scritti e mosse sul campo resta il punto di frizione. Gli scambi che passano per Hormuz e Bab el‑Mandeb incidono direttamente su mercati energetici e catene di approvvigionamento; ogni rallentamento o incertezza normativa si riflette sui noli e sui prezzi. In questo quadro, Medvedev ha confermato che la Russia sta seguendo da vicino l’evoluzione del dossier, mentre il punto cinque del cessate il fuoco impegna Iran e Oman a definire la futura amministrazione e i servizi marittimi di Hormuz.
