Gli Stati Uniti hanno lanciato una nuova ondata di attacchi contro obiettivi iraniani nello Stretto di Hormuz, completando nelle prime ore di giovedì un’ulteriore fase dell’operazione. Il Comando Centrale ha spiegato che i raid rispondono a minacce contro navi commerciali nella regione. La sequenza militare si è sovrapposta all’annuncio del presidente Donald Trump, che ha dichiarato che il cessate il fuoco «è finito».
Il Comando Centrale (CENTCOM) ha parlato di «un ulteriore ciclo di attacchi» e ha indicato l’obiettivo di «degradare ulteriormente la capacità iraniana di attaccare le navi commerciali e i civili innocenti nel Golfo di Hormuz». Secondo il bilancio diffuso, sono stati colpiti 90 obiettivi, tra sistemi di difesa aerea, siti di stoccaggio di missili e droni, asset di sorveglianza costiera, capacità navali e infrastrutture logistiche lungo la costa, distribuiti tra est e sud dell’Iran. Il ciclo precedente, svolto martedì, aveva già colpito «oltre 80 obiettivi con munizioni di precisione».
Obiettivi dei raid e danni segnalati in Iran
Il quadro dei bersagli, descritto da CENTCOM, comprende installazioni legate alla minaccia missilistica e droni, oltre a infrastrutture di supporto sul litorale. Il comando ha ribadito che la campagna mira a rendere più costoso e difficile per Teheran interferire con il traffico commerciale nello Stretto di Hormuz. Dall’altra parte, i media iraniani hanno riferito di vittime e danneggiamenti in più località. L’agenzia statale IRNA ha riportato che un vigile del fuoco è stato ucciso in un attacco all’aeroporto di Iranshahr. Altri canali statali hanno segnalato il danneggiamento di una torre di controllo marittima e di un deposito a Chabahar, oltre a un ponte ferroviario ad Aq Qala. Nel bilancio fornito da IRNA sugli attacchi che hanno interessato Bandar Abbas e Bushehr, otto membri delle forze aeree e navali iraniane sono rimasti uccisi. Il conteggio americano e quello iraniano restano dunque su piani diversi: per Washington prevale la distruzione di capacità militari, per Teheran i colpi sugli asset sensibili hanno già un costo umano e infrastrutturale.
Allarmi in Bahrein e Kuwait, la rivendicazione delle Guardie rivoluzionarie
Nelle ore successive ai raid statunitensi, in Bahrein sono scattate sirene d’allarme aereo. Il Ministero della Difesa del Kuwait ha reso noto che le difese aeree del Paese stavano contrastando lanci di razzi e droni. In parallelo, le Guardie Rivoluzionarie hanno dichiarato di aver colpito due basi statunitensi in Kuwait e due in Bahrein, avvertendo che eventuali nuovi attacchi americani potrebbero ampliare la lista di obiettivi. Sul fronte politico iraniano, Ebrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la Sicurezza Nazionale del Parlamento, ha scritto su X: «Aspettatevi uno schiaffo duro da parte degli iraniani». Le segnalazioni di intercettazioni in Kuwait e gli allarmi in Bahrein indicano un perimetro regionale più esposto, con il rischio di azioni e contro-azioni che superano lo stretto perimetrale del Golfo di Hormuz.
Il memorandum di giugno e la disputa sul passaggio marittimo
L’innesco degli ultimi attacchi si colloca dentro il memorandum d’intesa firmato a metà giugno, che aveva sospeso i combattimenti e aperto una finestra negoziale di 60 giorni su alcuni nodi: il programma nucleare e la gestione dello Stretto di Hormuz. La quinta clausola — il passaggio senza costi delle navi commerciali per 60 giorni — è oggi il punto più controverso. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha affermato che Teheran interpreta la disposizione come una responsabilità iraniana nel determinare le modalità di passaggio sicuro; una lettura utilizzata per giustificare interventi su navi giudicate «non autorizzate». Secondo David Des Roches, ex direttore delle operazioni NATO al Pentagono, nella lettura della Casa Bianca qualsiasi uso della sovranità iraniana per limitare o attaccare il traffico nello Stretto contraddice il memorandum; per Washington, proprio queste operazioni iraniane hanno alimentato la rappresaglia statunitense. Qui la divergenza è netta: regolazione del transito per Teheran, violazione dell’intesa per gli Stati Uniti.
Parole di Trump, opzioni militari e il dibattito politico negli Stati Uniti
Parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force One, il presidente Donald Trump ha detto che «li abbiamo appena colpiti molto duramente» e ha aggiunto che «ogni volta che loro ci colpiscono, noi li colpiremo 20 volte». In una conferenza stampa precedente aveva però affermato di non puntare a una ripresa su vasta scala della guerra: «Qualsiasi cosa accada finirà molto rapidamente». Da un vertice NATO ad Ankara, Trump ha elencato opzioni che includono la reintroduzione di un blocco navale e attacchi a infrastrutture come centrali elettriche e impianti idrici, evocando anche la possibilità che forze statunitensi «potrebbero prendere il controllo» dell’isola di Kharg. Osservatori di diritto internazionale hanno sottolineato che colpire infrastrutture civili solleva questioni legali rilevanti. Sul fronte interno, le operazioni hanno generato critiche da parte di alcuni oppositori: il senatore Bernie Sanders ha detto che un ritorno alla guerra «costerebbe altre vite e sprecherebbe più soldi dei contribuenti», mentre la senatrice Elizabeth Warren ha condannato le azioni del presidente ricordando che il conflitto «ha già causato vittime americane».
Nonostante segnali di ostilità crescente, ambienti della Casa Bianca hanno continuato a descrivere l’azione militare come necessaria per proteggere le rotte commerciali e per far rispettare il memorandum. Da Teheran, il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf ha replicato che lo Stretto «si aprirà solo con ‘accordi iraniani’, non con minacce americane», aggiungendo l’avvertimento «se colpite, verrete colpiti». La cornice formale resta quella fissata dall’intesa: la finestra negoziale di 60 giorni rimane il riferimento per i prossimi passi sul programma nucleare e sulla gestione del traffico nello Stretto di Hormuz.
