“Quando accendete il motore, le telecamere interne cominciano a scansionare il vostro viso. L’auto sa con chi siete, dove andate e come guidate. Anche l’auto chiacchiera come il resto dei vostri elettrodomestici in casa. Anche l’auto invia i dati, i vostri dati, a qualcuno”. Inizia così “Regalare“, la puntata del podcast Fuori da Qui di Simone Pieranni, prodotto da Chora Media, dedicata a un fenomeno che riguarda ormai chiunque: la raccolta continua e invisibile di informazioni private da parte degli oggetti che usiamo e indossiamo.
Affermazioni rese ancora più attuali dalle notizie degli ultimi giorni: dalla sponsorizzazione degli Smart Glasses da parte della modella Kylie Jenner all’annuncio di Renault, che porta l‘assistente AI di Google – Gemini – direttamente nel sistema multimediale delle sue vetture.
Dati biometrici: cosa raccolgono davvero gli Smart Glasses
Gli Smart Glasses sono dispositivi che “sembrano a tutti gli effetti degli occhiali normali“, spiega Pieranni, “solo che l’apparato di raccolta dati integrato in queste montature va ben oltre la semplice videocamera accesa”. I sensori a infrarossi e le telecamere ad alta risoluzione, racconta il giornalista nel podcast, sono progettati per catturare identificatori biometrici unici – la geometria facciale, gli schemi dell’iride, le mappe venose – con una semplice occhiata, permettendo l’identificazione delle persone senza alcun consenso.
I microfoni integrati sono in grado di isolare e registrare una singola conversazione anche in ambienti affollati, mentre gli algoritmi di elaborazione del linguaggio analizzano le parole per tracciare il sentiment e rilevare perfino indicatori come lo stress vocale. A questo si aggiunge il tracciamento dello sguardo di chi indossa le lenti, che sposta “la cosiddetta economia dell’attenzione dagli schermi dei computer direttamente sui marciapiedi e sulle vetrine“.
Il risultato, per Pieranni, è che “una chiacchiera da bar diventa uno strumento pubblicitario” e “ogni cittadino che cammina per strada si trasforma in un potenziale estrattore di dati per aziende o governi, senza che i passanti abbiano un modo per negoziare la propria privacy”. Con un’aggravante: i quadri legislativi esistenti, come il GDPR europeo, “si rivelano inadeguati”, perché pensati “per l’universo dei siti web e delle applicazioni mobili, ma non per un mondo in cui la realtà stessa diventa l’interfaccia“.
Gemini arriva sulle auto Renault
Il secondo fronte è quello delle automobili, dove la trasformazione dell’auto in “un computer su ruote” compie un ulteriore passo avanti. Come riporta l’ANSA, Renault ha annunciato l’ampliamento delle funzionalità del sistema multimediale OpenR Link con Google integrato, introducendo Gemini, il nuovo assistente basato sull’intelligenza artificiale che sostituirà progressivamente Google Assistant sui modelli compatibili delle auto.
Secondo Renault, Gemini consente interazioni vocali più naturali: comprende il contesto della conversazione, interpreta richieste articolate e gestisce dialoghi continui, con l’obiettivo dichiarato di ridurre i comandi touch e limitare le distrazioni alla guida. L’assistente può controllare la climatizzazione, la navigazione, la radio e le impostazioni del veicolo, oltre a utilizzare dati come l’autonomia residua dei modelli elettrici per pianificare i percorsi. Una successiva evoluzione introdurrà anche Gemini Live, modalità conversazionale avanzata che permetterà dialoghi più fluidi e richieste consecutive senza ripetere il comando di attivazione.
La trasformazione della macchina in un computer su ruote ha un unico obiettivo commerciale: l’estrazione di dati. Fino a qualche anno fa, ricorda il giornalista, l’automobile “era considerata uno spazio dove ognuno fondamentalmente si faceva i fatti propri”. Oggi, secondo le stime di McKinsey citate nel podcast, la metà delle auto in circolazione è già connessa a internet, e la percentuale è destinata a toccare il 95% entro il 2030.
Regalare i dati, e lo stato?
Ciò che accomuna gli Smart Glasses e l’auto integrata con Gemini è lo stesso: la comodità usata come merce di scambio. Solo che, come osserva Pieranni, il patto è ormai squilibrato: “Quando l’auto che guidiamo, il forno che usiamo in cucina, gli occhiali di un passante estraggono informazioni in modo invisibile e continuo, la nostra capacità di scelta consapevole è già troncata“. Non possiamo essere noi, singolarmente, a uscirne: servono regole imposte ai produttori – privacy by design, segnali visibili quando si è registrati, etichette trasparenti sui dati raccolti – e uno Stato che torni a fare la sua parte. Anche perché, conclude Pieranni, il valore che generiamo è enorme: “Possiamo anche accettare di regalare i nostri dati, ma dovremmo chiedere qualcosa in cambio“.
