I carabinieri del Raggruppamento Investigazioni Scientifiche hanno spiegato a Quarto Grado perché i tre capelli fotografati nel lavandino del bagno dei Poggi non furono repertati. La valutazione d’epoca li considerò riconducibili alla vittima e non di primaria importanza. Nel confronto televisivo i militari hanno ricostruito limiti tecnici, oggetti ripresi nelle immagini e scelte di priorità effettuate in fase di accertamento il 13 agosto 2007.
Il riferimento è al bagno dell’abitazione dei Poggi a Garlasco, dove le foto di quella giornata mostrarono più elementi potenzialmente utili ma non tutti furono campionati. La decisione, hanno chiarito, maturò all’interno di una lettura complessiva della scena.
Le motivazioni operative del RIS
Un carabiniere del RIS ha ricordato di aver visto i capelli nelle immagini, senza però memoria di un repertamento diretto sul posto: «Ho visto che nelle nostre foto ci sono dei capelli sul lavandino, ma non li ricordo». Secondo la ricostruzione fornita, la scelta di non campionare quei tre capelli derivò da una ponderazione delle evidenze disponibili e dall’aspettativa che appartenessero alla vittima, quindi con scarso peso ai fini ricostruttivi.
Nella stessa intervista il militare ha indicato i limiti intrinseci dell’analisi su quel tipo di traccia. L’esame del materiale biologico è «già disperata di suo» e la classificazione dei capelli è «complicatissima», ha sottolineato, richiamando la difficoltà nel trasformare un simile reperto in un dato probante quando è privo di radice utile o di un chiaro nesso con una dinamica temporale certa.
Segnali visivi e priorità degli accertamenti
Tra gli elementi che orientarono la valutazione degli investigatori è stata richiamata la presenza, visibile in molte fotografie, di un elastico per capelli rosa. Nelle stesse immagini il tappo del lavandino risulta inviluppato di capelli, dettaglio che contribuì a leggere quei ciuffi come compatibili con l’uso domestico ordinario della persona che viveva la casa. In questo quadro, i militari ritennero quei tre capelli verosimilmente appartenenti alla vittima e non determinanti per le conclusioni, concentrando l’attenzione su altri reperti ritenuti più significativi.
La priorità, hanno spiegato, fu indirizzata verso campioni e tracce con maggiore potenziale chiarificatore rispetto alla dinamica, tenendo conto dei limiti metodologici e delle risorse disponibili. Ne è derivata la scelta di non repertare tutti i capelli visibili nelle foto, ma di selezionare ciò che poteva offrire un contributo più concreto alle valutazioni successive.
Lavandino, dispenser e limiti interpretativi
Il RIS ha distinto l’analisi degli oggetti dalla possibilità di trarne deduzioni sull’uso del bagno. «Non si può dire se viene utilizzato oppure no, è stato analizzato il dispenser del sapone ma questo non implica che necessariamente sia stato utilizzato il lavandino», ha osservato il carabiniere, chiarendo che l’esame di un singolo supporto non consente, da solo, di affermare modalità d’impiego dell’intero ambiente.
La contestualizzazione dei capelli resta il punto più delicato. «I capelli per come sono fatti è difficile contestualizzarli», ha affermato, ribadendo che senza un collegamento temporale certo o un profilo genetico informativo, il loro valore probatorio si riduce. È su questa base che gli investigatori hanno motivato il mancato repertamento dei tre capelli ripresi nelle fotografie del 13 agosto 2007.
L’intervista integrale con le risposte del Raggruppamento Investigazioni Scientifiche è andata in onda su Quarto Grado, che ha mostrato le fotografie citate e le dichiarazioni dei militari, riportando nel dibattito pubblico le ragioni operative addotte sul mancato campionamento dei tre capelli nel lavandino.
