Dopo settimane di tensione e centinaia di navi rimaste ferme nel Golfo Persico a causa del conflitto tra Iran e Stati Uniti, è entrato finalmente in funzione il piano di evacuazione coordinato dalle Nazioni Unite per consentire alle imbarcazioni di attraversare in sicurezza lo Stretto di Hormuz. Secondo i dati diffusi dall’agenzia marittima dell’Onu e riportati da Reuters, oltre 1.100 marittimi sono già stati evacuati grazie all’operazione avviata negli ultimi giorni.
Decine di navi già transitate nello stretto di Hormuz
Le statistiche aggiornate mostrano che tra il 23 e il 25 giugno ben 57 navi hanno attraversato il passaggio marittimo nell’ambito del nuovo programma di sicurezza. L’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) ha confermato che il piano è ormai operativo e che diverse imbarcazioni hanno già lasciato l’area considerata a rischio.
Nelle ultime ore almeno due navi portarinfuse e una nave cargo hanno attraversato Hormuz utilizzando il nuovo sistema predisposto dall’Onu. Anche tre petroliere cariche complessivamente di circa cinque milioni di barili di greggio risultano in uscita dallo stretto, con destinazione finale in Asia.
Un’operazione preparata per mesi
L’iniziativa è il risultato di un lungo lavoro diplomatico e tecnico che ha richiesto diversi mesi di preparazione. L’IMO aveva annunciato che l’accordo è diventato concretamente realizzabile dopo la definizione di un quadro di cessate il fuoco tra Washington e Teheran.
L’obiettivo è consentire a centinaia di navi e a circa 11.000 marittimi rimasti bloccati nel Golfo di lasciare l’area in condizioni di maggiore sicurezza. Secondo le stime dell’agenzia delle Nazioni Unite, tra 500 e 600 imbarcazioni si trovano ancora all’interno del Golfo Persico, comprese fino a un centinaio di petroliere.
Le nuove rotte temporanee per uscire dal Golfo
Per ridurre i rischi di navigazione, il piano prevede l’utilizzo di due corridoi marittimi temporanei. Il primo passa a nord, attraverso acque iraniane, mentre il secondo utilizza una rotta meridionale che attraversa le acque coordinate dal Sultanato dell’Oman e dagli Stati Uniti.
Le navi vengono autorizzate a procedere seguendo istruzioni precise fornite dalle autorità competenti. L’IMO ha invitato gli armatori a evitare concentrazioni eccessive nelle aree di attesa, sottolineando che un traffico troppo intenso potrebbe costringere a sospendere temporaneamente nuove autorizzazioni per motivi di sicurezza.
Il problema delle mine nello stretto di Hormuz
Una delle principali criticità riguarda il cosiddetto Traffic Separation Scheme, il sistema di corsie marittime adottato nel 1968 per regolare il traffico nello stretto di Hormuz. Secondo diverse fonti della sicurezza navale, la sezione centrale normalmente utilizzata dalle navi non sarebbe attualmente percorribile a causa del rischio legato alla presenza di mine.
Anche per questo motivo le autorità internazionali hanno elaborato percorsi alternativi e continuano a monitorare costantemente l’area. Gli armatori restano comunque responsabili delle proprie valutazioni di rischio prima di aderire al programma di evacuazione.
Riparte il traffico energetico, ma resta lontano dai livelli normali
Negli ultimi giorni il numero di navi in transito è tornato a crescere. Secondo le analisi di Kpler, attualmente attraversano Hormuz in media oltre 25 imbarcazioni al giorno, contro le circa 10-11 registrate durante la fase più grave della crisi.
Si tratta però di numeri ancora molto inferiori rispetto alla situazione precedente allo scoppio del conflitto, quando il traffico medio giornaliero raggiungeva circa 125 navi. Alcune imbarcazioni hanno inoltre riattivato i sistemi pubblici di tracciamento AIS, anche se le interferenze registrate nell’area continuano a rendere difficile il monitoraggio completo dei movimenti navali.
Costi in aumento e timori ancora presenti
L’operazione delle Nazioni Unite riguarda esclusivamente le navi che devono lasciare il Golfo Persico e non quelle dirette verso la regione per caricare petrolio dai produttori locali.
Nel frattempo il mercato marittimo continua a risentire delle conseguenze della crisi. Le tariffe per il trasporto petrolifero sono aumentate sensibilmente a causa della ridotta disponibilità di navi e delle persistenti preoccupazioni sulla sicurezza della navigazione. Il rischio di collisioni, la presenza di possibili mine galleggianti e l’incertezza geopolitica mantengono infatti elevata la tensione in uno dei punti strategici più importanti per il commercio energetico mondiale.
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