Il cardinale Camillo Ruini, già vicario del pontefice per la diocesi di Roma e arciprete di San Giovanni in Laterano, è morto a Roma il 16 giugno 2026. Aveva 95 anni. A lungo presidente della Conferenza episcopale italiana, ha segnato il rapporto tra Chiesa e politica nel Paese.
La sua notorietà pubblica è maturata nell’intreccio fra formazione filosofica e gestione del potere ecclesiale. Alla guida della Cei dal 1991 al 2008 ha costruito un’area d’influenza trasversale, contrastando ciò che giudicava derive riconducibili alla sinistra e orientando la postura pubblica della Chiesa italiana.
Cei, leadership e scelte che hanno inciso
Durante il suo mandato alla Conferenza episcopale promosse documenti e interventi con ricadute immediate nel dibattito civile. L’episodio più ricordato resta l’invito all’astensione al referendum del 12 giugno 2005, che divenne un punto di svolta nella discussione bioetica e politica. La scelta innescò reazioni nette nel mondo politico; Giulio Andreotti sintetizzò così il proprio giudizio: «Mi inchino a Ruini».
Ruini non fu uomo di partito. Celebrò il matrimonio di Romano Prodi ma mantenne posizioni distanti dalla sinistra, difese pubblicamente esponenti di centrodestra e coltivò relazioni istituzionali con leader politici e tecnici. Le sue prese di posizione raccoglievano consensi tra i conservatori e critiche tra i progressisti, contribuendo a ridefinire la presenza pubblica dei cattolici.
Formazione filosofica e rapporti con i papi
La filosofia rimase un asse costante: studiò Kant, Heidegger, Husserl e Tommaso d’Aquino, terreno su cui trovò affinità con Karol Wojtyla. Con Joseph Ratzinger costruì un rapporto di sintonia dottrinale e consuetudine personale; in privato, però, coltivò riserve sull’agire di Ratzinger e su alcune scelte di Jorge Bergoglio. Accarezzò l’idea della successione a Wojtyla senza mai arrivare al papato; continuò a seguire i grandi viaggi pontifici, a partecipare ai sinodi e a incidere sulla redazione di documenti ecclesiali.
Lingue, viaggi e 8 per mille
Da giovane insegnò filosofia nei licei e investì sulle lingue: padroneggiava il tedesco e il francese, mentre l’inglese fu perfezionato con soggiorni in Inghilterra e Irlanda. Nel gennaio 1997 predicò nella cattedrale dell’<strong’Avana. Negli anni della sua guida la Chiesa italiana vide crescere le risorse dell’8 per mille, una quota delle quali fu destinata al Terzo Mondo.
Sfera privata, commozione e idea della morte
Alcuni episodi hanno mostrato il versante più personale. Ricordò il rimpianto per la decisione di negare il funerale a Piergiorgio Welby, scelta che lo colpì, e il momento in cui, nel comunicare a una madre la morte del figlio in un incidente, vide scendere lacrime sul suo volto. Di fronte al tema della fine ribadiva la speranza cristiana della resurrezione.
Schivo e lontano dalla vanità, preferiva al palcoscenico gli strumenti del lavoro paziente: saggi, documenti, interventi misurati, relazioni con intellettuali e giornalisti che lo stimarono. Figura centrale e talvolta divisiva nel rapporto tra Chiesa e società per decenni, lascia l’immagine di un porporato che ha provato a tenere insieme dottrina, cultura e presenza pubblica, con tracce durature nella Cei e nella politica italiana.
