È morto Carlo Ginzburg, tra gli storici italiani più conosciuti e studiati a livello internazionale. Aveva 87 anni ed era considerato uno dei grandi maestri della microstoria, un metodo di ricerca capace di illuminare la “grande storia” partendo da casi particolari, figure marginali, documenti giudiziari e tracce spesso trascurate dalla storiografia tradizionale.
Nato a Torino il 15 aprile 1939, Ginzburg era figlio dell’intellettuale antifascista Leone Ginzburg e della scrittrice Natalia Ginzburg. La sua formazione si era sviluppata alla Scuola Normale Superiore di Pisa, istituzione alla quale sarebbe poi tornato anche come docente. Nel corso della sua carriera ha insegnato all’Università di Bologna e in diversi atenei internazionali, tra cui Harvard, Yale, Princeton e UCLA, consolidando una reputazione accademica che ha superato da tempo i confini italiani.
Dai “Benandanti” al mugnaio Menocchio
Il nome di Carlo Ginzburg resta legato soprattutto alle sue ricerche sulla stregoneria, sulle credenze popolari e sui rapporti tra cultura contadina e potere religioso nell’Europa moderna. Nel 1966 pubblicò I benandanti, saggio nato dallo studio di documenti inquisitoriali relativi a un culto contadino friulano tra Cinquecento e Seicento. Al centro del lavoro c’erano uomini che sostenevano di combattere in sogno contro le streghe per proteggere la fertilità dei campi.
Dieci anni dopo, con Il formaggio e i vermi, Ginzburg raccontò la vicenda di Domenico Scandella, detto Menocchio, mugnaio friulano del XVI secolo processato dall’Inquisizione. Il libro divenne una delle opere più note della microstoria, mostrando come il pensiero di un singolo individuo potesse aprire uno squarcio su mentalità, letture, paure e conflitti di un’intera epoca.
Il metodo degli indizi e il lavoro di Carlo Ginzburg
La forza del lavoro di Ginzburg stava nella capacità di leggere i documenti “di traverso”, cercando nelle pieghe degli atti ufficiali ciò che il potere non intendeva necessariamente conservare. Da qui l’immagine dello storico come investigatore, chiamato a seguire indizi, anomalie, dettagli minimi, senza perdere il rapporto con la prova documentaria.
Questo approccio attraversa anche opere successive come Storia notturna, dedicata al tema del sabba e delle credenze legate alla stregoneria, e Miti, emblemi, spie, in cui il cosiddetto paradigma indiziario diventa una chiave per riflettere sul rapporto tra conoscenza, tracce e interpretazione.
Ginzburg si è misurato anche con temi contemporanei. Nel 1991 pubblicò Il giudice e lo storico, dedicato al processo per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi e al caso Sofri, riflettendo sul rapporto tra prove, verità giudiziaria e metodo storico.
Un’eredità che resta nella cultura europea
La scomparsa di Carlo Ginzburg chiude una delle traiettorie più originali della cultura italiana del secondo Novecento e dei primi decenni del nuovo secolo. La sua opera ha contribuito a spostare l’attenzione dagli eventi dominanti ai soggetti rimasti ai margini: contadini, eretici, imputati, artigiani, persone comuni di cui la storia ufficiale aveva conservato solo frammenti.
Proprio da quei frammenti Ginzburg ha costruito una lezione destinata a durare: il passato non si comprende soltanto attraverso i grandi protagonisti, ma anche attraverso le tracce minime lasciate da chi sembrava non avere voce.
