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Iran, energia nel mirino: la crisi può riportare la Russia al centro del mercato

Le tensioni tra Stati Uniti, Israele e Iran scuotono le rotte energetiche mondiali. Con lo Stretto di Hormuz sotto pressione, Cina e India guardano a Mosca mentre l’Europa accelera l’addio al gas russo.

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Vladimir Putin

Vladimir Putin | EPA/ALEXANDER NEMENOV / POOL - alanews

Marco Andreoli di Marco Andreoli

Classe 1999, ho studiato Storia alla Statale di Milano. Dal 2021 scrivo per diverse testate, dal calcio dilettantistico per Sprint e Sport, alla cronaca nazionale per Il Giornale d'Italia, mantenendo anche un focus particolare sugli Esteri.

Il Medio Oriente torna a essere l’epicentro di una tempesta geopolitica che rischia di propagarsi ben oltre i confini regionali. L’escalation delle tensioni tra Stati Uniti, Israele e Iran non riguarda soltanto l’equilibrio militare e diplomatico dell’area, ma incide direttamente sui mercati energetici globali. Petrolio e gas, infatti, viaggiano lungo rotte fragili e altamente strategiche: quando queste vengono minacciate, l’effetto domino colpisce economie e governi in tutto il mondo. In questo scenario turbolento, un attore che sembrava marginalizzato dalle sanzioni internazionali potrebbe ritrovare spazio e influenza nel mercato dell’energia: la Russia.

Il ruolo della Russia nell’energia

Le recenti tensioni hanno riportato al centro dell’attenzione uno dei passaggi più cruciali per il commercio energetico globale: lo Stretto di Hormuz. Fino a tempi recenti, attraverso questo corridoio marittimo transitavano circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, pari a circa il 20% del consumo mondiale di greggio. Quando le autorità iraniane hanno annunciato restrizioni alla navigazione nell’area, i mercati hanno reagito immediatamente: il prezzo del petrolio è salito fino a sfiorare gli 80 dollari al barile, mentre cresceva l’ansia di governi e consumatori per possibili rincari alla pompa.

Il 7 marzo Teheran ha fatto parzialmente marcia indietro, riaprendo formalmente lo stretto alla navigazione commerciale per non compromettere i rapporti con i partner economici. Tuttavia, la sicurezza delle rotte resta tutt’altro che garantita: le imbarcazioni statunitensi e israeliane rimangono nel mirino e centinaia di navi continuano a stazionare nelle acque circostanti, in attesa di condizioni più sicure per riprendere il viaggio. Anche se lo stretto non è completamente chiuso, il traffico marittimo appare destinato a rallentare, con inevitabili conseguenze sulle catene di approvvigionamento.

In caso di stallo prolungato, i Paesi più colpiti potrebbero essere le grandi economie asiatiche. Cina e India, tra i principali importatori di petrolio al mondo, dipendono fortemente dal greggio proveniente dal Golfo Persico. Pechino, da sola, importa circa 1,38 milioni di barili al giorno da quell’area. Se il flusso dovesse ridursi o diventare più costoso e incerto, entrambe potrebbero rivolgersi con maggiore decisione a un fornitore di energia alternativo già presente sul mercato: la Russia.

Mosca, infatti, ha progressivamente riorientato le proprie esportazioni energetiche verso l’Asia dopo l’invasione dell’Ucraina e le conseguenti sanzioni occidentali. Oggi circa il 93% del petrolio russo è diretto verso i mercati asiatici, con Cina e India come principali acquirenti. Sebbene i volumi di esportazione non siano crollati, i ricavi sono stati penalizzati dagli sconti applicati per aggirare le restrizioni finanziarie e commerciali. Una crisi nel Golfo potrebbe però cambiare gli equilibri, offrendo a Mosca margini per vendere energia a condizioni più favorevoli.

La dinamica è simile anche nel mercato del gas naturale liquefatto. Qatar, Oman ed Emirati Arabi Uniti sono tra i principali esportatori di GNL della regione e riforniscono proprio Cina e India attraverso le rotte che passano per Hormuz. Se questa arteria dovesse restare instabile, la Russia potrebbe aumentare la propria presenza sia nel mercato del petrolio sia in quello del gas.

Il mercato europeo

Sul fronte opposto, invece, Mosca sembra sempre meno interessata al mercato europeo. Per decenni l’Europa è stata uno dei principali clienti del gas russo, fin dai tempi dell’Unione Sovietica. Ma la guerra in Ucraina ha cambiato radicalmente lo scenario. L’Unione europea ha deciso di eliminare progressivamente la dipendenza energetica da Mosca entro il 2027. Già dal 2022 le forniture sono crollate: dai circa 150 miliardi di metri cubi del 2021 si è scesi a circa 38 miliardi.

Nel frattempo Bruxelles sta cercando alternative, aumentando le importazioni di gas naturale liquefatto, soprattutto dagli Stati Uniti, che nel 2025 coprivano circa il 58% delle importazioni europee di GNL. Parallelamente, diversi Paesi stanno ampliando e potenziando i rigassificatori per accogliere più navi metaniere.

Resta però un dato di fondo: l’Europa è un mercato altamente energivoro e un eventuale taglio definitivo delle forniture russe prima del 2027 potrebbe creare nuove tensioni sui prezzi. In questo quadro incerto, la crisi mediorientale non rappresenta soltanto un rischio per la stabilità regionale, ma anche un potenziale punto di svolta negli equilibri energetici globali. Le grandi potenze, nel frattempo, osservano e si muovono con cautela, consapevoli che il controllo delle rotte e delle risorse energetiche continuerà a essere uno dei principali strumenti di potere nel mondo contemporaneo.

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