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Shareef Safadi, un palestinese cittadino di Israele: tra segregazione, Gaza e propaganda

La testimonianza di Shareef Safadi squarcia il velo sulla realtà dei "palestinesi del '48", tra discriminazione sistematica, propaganda di Stato e la ricerca di una narrazione che unisca la liberazione di tutti i popoli

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Andrea Eusebio intervista Shareef Safadi su STORIEUS.

Andrea Eusebio intervista Shareef Safadi su STORIEUS.

Marco Andreoli di Marco Andreoli

Classe 1999, ho studiato Storia alla Statale di Milano. Dal 2021 scrivo per diverse testate, dal calcio dilettantistico per Sprint e Sport, alla cronaca nazionale per Il Giornale d'Italia, mantenendo anche un focus particolare sugli Esteri.

Shareef Safadi è stato ospite della prima puntata di STORIEUS., il nuovo format di approfondimento in doppia versione (italiano e inglese) condotto dal direttore di alanews, Andrea Eusebio, sul canale YouTube della nostra testata. Shareef è un attivista e content creator palestinese, originario di Nazareth, ma residente ad Haifa in Israele. Ha raccontato cosa vuol dire essere un palestinese in Israele, tra la guerra a Gaza, segregazione e propaganda.

Un’identità radicata nella storia: i “Palestinesi del ’48”

Shareef Safadi si definisce innanzitutto un palestinese cittadino di Israele, discendente di coloro che riuscirono a restare nei territori dopo la Nakba (la “catastrofe”) del 1948. Mentre il governo israeliano utilizza il termine “arabi israeliani” per promuovere un’immagine di democrazia inclusiva, Safadi chiarisce che non esiste differenza identitaria tra loro e i palestinesi di Gaza o della Cisgiordania: è stata solo la coincidenza storica a determinare chi sia rimasto e chi sia stato espulso.

Sua nonna, ad esempio, fuggì da Bisan per cercare asilo a Nazareth, l’unica città palestinese sopravvissuta alla Nakba, che vide la sua popolazione raddoppiare quasi istantaneamente a causa dei rifugiati. Oggi, questa comunità vive una condizione di “invisibilità” alimentata dalla propaganda, che cerca di sfidare l’identità palestinese all’interno dello Stato ebraico.

L’eredità del regime militare e la discriminazione sistematica

Dal 1948 al 1966, i cittadini palestinesi in Israele hanno vissuto sotto un rigido regime militare (legge marziale), che limitava ogni spostamento, un sistema molto simile a quello attualmente in vigore in Cisgiordania. Sebbene quel regime sia formalmente terminato, la sua “eredità” persiste sotto forma di:

  • Discriminazione sistematica: città e scuole costantemente sottofinanziate.
  • Pressione politica: mancanza di libertà di espressione e timore di ripercussioni sulla carriera o di imprigionamenti.
  • Giudaizzazione della Galilea: un progetto statale volto a contrastare l’aumento della popolazione araba attraverso la costruzione di insediamenti ebraici su terre confiscate ai villaggi palestinesi.

Shareef Safadi racconta il conflitto: una questione coloniale

Safadi sottolinea con forza che il conflitto israelo-palestinese non è un conflitto religioso, ma coloniale e post-coloniale. A riprova di ciò, cita l’esempio di Nazareth, dove musulmani e cristiani condividono festività e tradizioni, come il “giovedì dei morti”.

L’ascesa di Hamas a Gaza viene spiegata attraverso fattori socio-politici precisi: la corruzione dell’OLP, la caduta della sinistra mondiale e l’estrema povertà di Gaza, che è composta prevalentemente da rifugiati cacciati dalle loro terre nel 1948. Secondo Safadi, l’etichetta di “conflitto islamico” è una semplificazione che ignora la storia della resistenza palestinese, un tempo guidata da ideologie socialiste e sostenuta da movimenti internazionali.

Il paradosso del genocidio e l’autovittimizzazione

Un punto centrale della riflessione di Safadi riguarda la psicologia sociale israeliana. Egli descrive un fenomeno di “autovittimizzazione” estrema: la società israeliana, segnata dal trauma dell’Olocausto, fatica a percepirsi come aggressore, anche di fronte ad accuse di genocidio a Gaza.

 

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Safadi precisa che l’antisemitismo è una “piaga europea” esportata nel Medio Oriente dai poteri coloniali (britannici e francesi), e che storicamente ebrei e musulmani hanno convissuto senza i conflitti nati con il movimento sionista, che egli definisce un “progetto coloniale europeo”.

La minaccia della criminalità e la sicurezza personale

Vivere come palestinese in Israele significa anche affrontare una crisi di sicurezza interna senza precedenti. Safadi denuncia un tasso di omicidi altissimo nelle comunità palestinesi, sostenendo che le mafie siano supportate indirettamente dal governo per destabilizzare la società.

Egli stesso racconta di essere scampato per miracolo a un agguato: un cambio d’auto all’ultimo minuto gli ha salvato la vita, mentre la persona seduta al suo posto è rimasta uccisa. La sua paura più grande non è solo la morte, ma che questa venga liquidata come “crimine comune” invece di essere riconosciuta nella sua dimensione politica.

Nonostante le sfide, l’obiettivo di Safadi rimane l’unione dei popoli. Egli vede la liberazione palestinese come intrinsecamente legata alla liberazione di tutti gli altri popoli, inclusi gli italiani. Ha espresso profonda commozione nel vedere le piazze italiane mobilitarsi per la causa palestinese, vedendo in questa solidarietà internazionale un potente simbolo di giustizia.

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