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La rinascita politica di Tony Blair: dalla guerra in Iraq al Board of Peace di Trump

L'ex primo ministro inglese è tornato al centro della diplomazia internazionale con un ruolo chiave nel piano del presidente degli Stati Uniti per Gaza

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L'ex primo ministro inglese Tony Blair

L'ex primo ministro inglese Tony Blair | EPA/JESSICA LEE - Alanews.it

Alessandro Bolzani di Alessandro Bolzani

Mi chiamo Alessandro Bolzani e sono nato a Vigevano nel 1991. Sono un giornalista pubblicista e dal 2018 collaboro con l'agenzia media Alanews, per la quale ho curato la realizzazione di articoli per importanti realtà editoriali. Sono appassionato di scrittura creativa e nel 2024 ho pubblicato il romanzo urban fantasy "Cronache dei Mondi Connessi - I difensori del parco" con la casa editrice PAV Edizioni. Alcuni dei miei scritti sono stati pubblicati anche sulla rivista Weirdbreed.

Tony Blair, ex primo ministro britannico, torna al centro della diplomazia internazionale con un ruolo chiave nel piano di pace di Donald Trump per Gaza. L’ex leader laburista, oggi settantaduenne, sarà infatti co-presidente del nuovo “Board of Peace”, un organismo internazionale incaricato di guidare la ricostruzione della Striscia di Gaza dopo la devastazione causata dalle operazioni militari israeliane.

L’eredità politica di Tony Blair in patria

Blair rimane una delle figure più controverse della politica britannica. Tra il 1997 e il 2005 ha vinto tre elezioni consecutive, lasciando Downing Street nel 2007 senza essere mai stato sconfitto alle urne. Alcuni lo ricordano per i traguardi interni: l’introduzione del salario minimo, i grandi investimenti nei servizi pubblici e il contributo decisivo al processo di pace in Irlanda del Nord. Altri, invece, vedono nel suo nome un simbolo della guerra in Iraq, resa possibile da intelligence difettosa e dall’alleanza con George W. Bush nel 2003, decisione che segnò profondamente la sua carriera.

Il peso dell’Iraq

Il conflitto iracheno resta il marchio indelebile della sua leadership. Blair si trovò a lasciare l’incarico circondato da accuse pesantissime: centinaia di migliaia di morti, un intervento non approvato dal Consiglio di Sicurezza ONU e giudicato illegittimo secondo la Carta delle Nazioni Unite. Nel 2016, l’inchiesta britannica sul conflitto stabilì che le basi per l’intervento erano “ben lontane dall’essere soddisfacenti”. Blair si assunse piena responsabilità, esprimendo rammarico e scuse, pur ribadendo di aver agito “in buona fede”, convinto della minaccia rappresentata dalle armi di distruzione di massa irachene e deciso a liberare il popolo dalla dittatura di Saddam Hussein.

Il sostegno di Blair al piano di Trump

Nonostante questo passato ingombrante, Blair ha accolto con entusiasmo la proposta del presidente statunitense. Ha definito l’iniziativa “audace e intelligente”, capace di “porre fine alla guerra, portare sollievo immediato a Gaza” e di garantire “un futuro migliore ai palestinesi, insieme alla sicurezza assoluta e duratura di Israele e alla liberazione degli ostaggi”. Trump, dal canto suo, lo ha descritto come “un uomo buono, un uomo molto buono”, rivelando che era stato lo stesso Blair a chiedere di far parte del nuovo organismo.

Le reazioni e le critiche

La notizia non ha mancato di suscitare reazioni contrastanti. Wes Streeting, ministro della Salute britannico e membro del Labour, ha ammesso che la nomina “solleverà qualche sopracciglio”. Per gli osservatori palestinesi, la figura di Blair resta legata indissolubilmente alla guerra in Iraq e l’accoglienza non è positiva. H.A. Hellyer, analista del Royal United Services Institute, ha ricordato come “Blair continui a essere associato nella coscienza pubblica al conflitto iracheno”. Anche Michael Wahid Hanna, direttore del programma USA all’International Crisis Group, ha definito la sua presenza “assolutamente peculiare”, segnalando la confusione diffusa attorno al suo coinvolgimento.

Una carriera internazionale dopo Downing Street

Blair ha continuato a occuparsi di Medio Oriente anche dopo aver lasciato la premiership. Nel giorno delle dimissioni annunciò di voler diventare inviato speciale del Quartetto – formato da ONU, Stati Uniti, Unione Europea e Russia – per facilitare una soluzione tra israeliani e palestinesi. L’esperienza terminò nel 2015 senza risultati significativi. Un anno dopo fondò il Tony Blair Institute for Global Change, che oggi conta oltre 800 dipendenti in circa 40 Paesi. L’organizzazione è stata criticata per collaborazioni con governi autoritari come Arabia Saudita e Rwanda, ma Blair ha difeso tali scelte sostenendo che l’obiettivo fosse promuovere riforme positive anche in contesti caratterizzati da gravi limiti sui diritti umani.

Un ruolo discusso per Gaza

L’idea che Blair, insieme ad altri leader occidentali, possa assumere un ruolo nella gestione della Striscia solleva perplessità anche tra esperti e analisti. Hanna ha parlato di un progetto “pseudo-coloniale”, paragonabile alla creazione di un protettorato, mentre Hellyer lo ha accostato alla figura dei viceré impiegati dagli imperi coloniali. Il nodo centrale resta l’assenza di un reale coinvolgimento palestinese, un aspetto che rischia di rendere difficile giustificare politicamente qualsiasi iniziativa, indipendentemente dalla presenza di Blair.

Il sostegno di Renzi a Blair

Dall’Italia è arrivato un appoggio esplicito da Matteo Renzi. In un’intervista a La Stampa (solo una delle tante rilasciate nelle ultime settimane), il leader di Italia Viva ha raccontato di aver parlato con Blair, sottolineando il valore del suo progetto: “Ha il grande merito di aver offerto una prima grande occasione di tregua per Gaza”. Per Renzi, la diplomazia non si fa “in barca a vela”, con chiaro riferimento alla Flotilla: “Ben venga la passione civile, ma la politica ha il compito di trovare soluzioni. Per aiutare i bambini di Gaza serve il piano Trump-Blair, non le regate”.

Renzi ha ribadito che, se Hamas dovesse accettare l’accordo, Israele sarebbe costretto a rispettarne i contenuti: riconoscere la Palestina, interrompere le colonie in Cisgiordania, porre fine all’occupazione di Gaza e liberare gli ostaggi. Ha invitato a non sottovalutare le difficoltà logistiche dei negoziati, visto che i leader di Hamas si muovono in clandestinità per timore di attacchi israeliani. Secondo l’ex premier, però, il momento è cruciale: “Siamo al bivio: ora o mai più. Stavolta il piano tiene dentro gli arabi e il loro coinvolgimento è essenziale”.

Il senatore ha anche criticato la politica estera italiana ed europea: “Un tempo l’Italia faceva scuola, oggi la Farnesina è assente e l’Europa dorme”. Ha infine legato la questione mediorientale al dibattito interno, rimarcando come nel centrosinistra la discussione sulla Flotilla abbia offuscato i temi locali durante le regionali nelle Marche, con effetti negativi sul risultato elettorale.

Non è possibile escludere che Renzi possa essere in qualche modo coinvolto nel piano di pace promosso dal Board of Peace, anche per merito dei suoi rapporti notoriamente buoni con il primo ministro dell’Arabia Saudita Mohammad bin Salman Al Sa’ud, figura che gioca un ruolo chiave nelle dinamiche del Medio Oriente.

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