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Gaza, la proposta di Tony Blair per porre fine alla guerra e sostituire Hamas (autorizzata da Trump)

La proposta punta a creare un’autorità internazionale di transizione per governare Gaza nel post-conflitto coinvolgendo Onu, attori regionali e tecnocrati palestinesi

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Gaza, la proposta di Tony Blair per porre fine alla guerra e sostituire Hamas (autorizzata da Trump)

Gaza, Tony Blair, Donald Trump / alanews

Marco Andreoli di Marco Andreoli

Classe 1999, ho studiato Storia alla Statale di Milano. Dal 2021 scrivo per diverse testate, dal calcio dilettantistico per Sprint e Sport, alla cronaca nazionale per Il Giornale d'Italia, mantenendo anche un focus particolare sugli Esteri.

Gaza, 18 settembre 2025 – Nel quadro delle tensioni e delle violenze che da mesi scuotono la Striscia di Gaza, emergono nuovi sviluppi diplomatici di rilievo. L’ex primo ministro britannico Tony Blair, con il sostegno degli Stati Uniti, ha presentato una proposta articolata per porre fine al conflitto in corso e sostituire il controllo di Hamas con un organismo di transizione internazionale. L’iniziativa, ancora non ufficialmente divulgata nei dettagli, è stata autorizzata dal presidente statunitense Donald Trump e mira a un cambiamento strutturale della governance di Gaza, con il coinvolgimento di attori regionali e internazionali.

La proposta di Tony Blair: un organismo internazionale per la transizione postbellica a Gaza

Secondo quanto riferito da fonti vicine al dossier al Times of Israel, la bozza del piano di Blair prevede la creazione dell’Autorità Internazionale di Transizione di Gaza (GITA), un organismo che dovrebbe governare la Striscia durante il periodo post-bellico fino a quando non sarà possibile trasferire la responsabilità all’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). Questa proposta si è evoluta non solo come progetto per la fase “del giorno dopo” la fine del conflitto, ma come un piano concreto per interrompere l’attuale guerra, garantire un cessate il fuoco stabile e facilitare il rilascio degli ostaggi detenuti da Hamas.

È importante sottolineare che il piano di Blair non contempla lo spostamento forzato della popolazione palestinese da Gaza. Al contrario, prevede l’istituzione di una “Property Rights Preservation Unit” volta a garantire che qualsiasi partenza dei cittadini di Gaza non comprometta il loro diritto a tornare nell’enclave o a mantenere la proprietà immobiliare, smentendo così voci che avevano ipotizzato un esodo forzato o la trasformazione della Striscia in una sorta di “Trump Riviera”.

Il presidente Trump, pur avendo inizialmente promosso l’idea di una “migrazione volontaria” della popolazione di Gaza, si è poi distanziato da questa ipotesi, manifestando invece un chiaro sostegno alla proposta di Blair, come emerso da una sessione politica alla Casa Bianca lo scorso 27 agosto.

Struttura e funzionamento della GITA: governance multilaterale e riforme in vista

Il piano prevede che la GITA sia istituita con una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, assumendo la funzione di autorità politica e legale suprema nella Striscia per tutta la durata della transizione. L’organo direttivo sarà un consiglio composto da sette a dieci membri, inclusi rappresentanti palestinesi qualificati (tra cui esperti del settore imprenditoriale o della sicurezza), esponenti delle Nazioni Unite e figure internazionali con esperienza nel campo finanziario o della gestione, oltre a una significativa rappresentanza musulmana per garantirne la legittimità culturale e regionale.

Il consiglio avrà il compito di emanare decisioni vincolanti, approvare leggi e nominare figure chiave, con il presidente scelto per consenso internazionale e approvato dal Consiglio di Sicurezza Onu. Questo presidente guiderà anche la diplomazia esterna della GITA, lavorando in coordinamento con l’Autorità Nazionale Palestinese, che sarà coinvolta soprattutto nelle attività di coordinamento e supervisione.

Parallelamente, sarà istituito un Segretariato esecutivo per l’amministrazione quotidiana, mentre la Palestinian Executive Authority (PEA) – composta da tecnocrati indipendenti – gestirà ministeri chiave come sanità, istruzione, infrastrutture e giustizia, garantendo un’amministrazione professionale e imparziale.

A supporto della sicurezza, la proposta include la creazione di una Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF), composta da personale arabo e internazionale, con il mandato di garantire la stabilità, proteggere le operazioni umanitarie e prevenire la rinascita di gruppi armati come Hamas, attraverso operazioni mirate e il controllo dei confini.

Il ruolo di Arabia Saudita, Autorità Palestinese e Israele

L’iniziativa di Blair si inserisce in un contesto geopolitico complesso. Il piano ha ricevuto il sostegno ufficiale di Washington, con Jared Kushner, genero di Trump e consigliere senior, che ha svolto un ruolo chiave nella sua promozione. Tuttavia, il coinvolgimento diretto dell’Autorità Nazionale Palestinese appare limitato: il piano prevede riforme significative dell’ANP e un ruolo iniziale di coordinamento più che di gestione diretta della Striscia. Ramallah ha comunque mostrato un “impegno costruttivo” verso l’iniziativa, anche se non è stata ancora raggiunta una piena intesa.

Dal lato israeliano, nonostante le resistenze del primo ministro Benjamin Netanyahu e di alcuni membri della sua coalizione, il governo israeliano ha manifestato un sostegno pragmatico alla proposta, sebbene con cautela dettata da dinamiche politiche interne e dall’opposizione dei settori più intransigenti. Critiche e sospetti permangono soprattutto sul piano che prevede un percorso verso la creazione di uno Stato palestinese, un punto fortemente contrastato da Netanyahu e dai suoi alleati di estrema destra. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, ad esempio, ha più volte dichiarato di voler mettere fine all’idea di uno Stato palestinese, come nel caso del progetto di espansione israeliana nella zona E1 della Cisgiordania.

Un altro elemento cruciale riguarda il coinvolgimento dell’Arabia Saudita, ritenuta dagli Stati Uniti un attore essenziale nella ricostruzione postbellica e nella stabilizzazione regionale. Durante la stessa sessione del 27 agosto, Trump avrebbe esortato Blair a coinvolgere il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, soprannominato “Johnny” dal presidente americano, per assicurare un sostegno regionale ampio e concreto. Tuttavia, le tensioni e alcuni eventi recenti, come l’attacco israeliano contro leader di Hamas a Doha, hanno rallentato i progressi diplomatici.

Proposta di Tony Blair: disarmo di Hamas

Uno degli obiettivi centrali del piano di Blair è la neutralizzazione di Hamas senza un ulteriore confronto militare diretto prolungato. La proposta fa riferimento al processo di “disarmo, smobilitazione e reintegrazione” (DDR), mirato a smantellare la struttura armata del gruppo terroristico e a prevenire la sua rinascita nel tempo.

La presenza delle forze internazionali di stabilizzazione avrà un ruolo decisivo nel mantenere la sicurezza e nell’assicurare che Hamas non torni a controllare la Striscia. Tale approccio è stato implicitamente sostenuto anche da figure come il Segretario di Stato americano Marco Rubio, il quale ha sottolineato la necessità che Hamas cessi di esistere come forza armata, distinguendosi così dalla posizione più netta di Netanyahu.

La proposta riconosce inoltre la necessità di un percorso a lungo termine per la riforma dell’Autorità Nazionale Palestinese e per il trasferimento graduale del potere a Ramallah, basato su risultati concreti e non su tempistiche fisse. L’attenzione è rivolta a garantire la stabilità e la governance efficace della Striscia, con un investimento significativo nelle infrastrutture e nello sviluppo economico, sostenuto dall’istituzione di un’apposita Autorità per la Promozione degli Investimenti e lo Sviluppo Economico di Gaza.

Il piano prevede un budget iniziale di 90 milioni di dollari per il primo anno, con un incremento progressivo nei successivi due anni, esclusi i costi delle operazioni di sicurezza e degli aiuti umanitari.

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