Dal palcoscenico teatrale alle grandi produzioni, il percorso di Pier Luigi Pasino è il racconto di un’evoluzione artistica straordinaria. Conosciuto e amato dal grande pubblico per il ruolo di Enrico nella serie La legge di Lidia Poët (successo che ha scalato le classifiche mondiali di Netflix prima di approdare su Rai 1), l’attore ha costruito e reso vivo un personaggio estremamente complesso, capace di una metamorfosi che da rigido difensore dei costumi e dei valori dell’epoca, lo trasforma in simbolo di un’alleanza maschile illuminata, paritaria e profondamente umana.
L’artista si racconta senza filtri. Dal lavoro intimo per la costruzione del suo Enrico al parallelo con la paternità nella vita reale, passando per le grandi sfide sui set internazionali come La Resurrezione di Cristo diretto da Mel Gibson, fino al ritorno alla verità del teatro e allo sguardo verso i suoi prossimi progetti al cinema. Un viaggio tra arte, gentilezza e il coraggio di cambiare.
Lo sviluppo del tuo personaggio è uno dei punti di forza del racconto. Da dove sei partito?
“Innanzitutto devo dire che il personaggio era scritto benissimo, tanto che già all’interno della prima stagione tracciava un arco di cambiamento molto preciso. Enrico iniziava in modo rigido, pienamente schierato tra gli oppositori al progetto di emancipazione di Lidia, pronta a battersi per diventare avvocato e a sfidare la legge e le convenzioni dell’epoca. Sapendo che a un certo punto ci sarebbe stato un turning point in cui sarei passato dalla sua parte, riavvicinandomi a lei anche sul piano umano come fratello, ho scelto di partire dall’opposto: dovevo mostrarmi il più possibile scostante, rigido e severo. Questa mutazione è stata poi sviluppata ulteriormente nel corso delle tre stagioni. Nella seconda compio un passo importante decidendo di entrare in politica per sostenere Lidia e la causa di tutte le donne; nella terza vengo messo nuovamente in crisi, trovandomi a prendere le difese di un’amica di Lidia che mi metterà a dura prova sia sul piano politico sia nel raggiungimento del nostro obiettivo comune. In questo percorso, ho cercato fin da subito di valorizzare la sua vena comica e quell’ironia pungente in cui mi specchio molto, sia come attore sia come persona. Ma se è venuto fuori un personaggio così ben riuscito, lo devo soprattutto all’alchimia con Matilda De Angelis e alla complicità attoriale che si è creata tra noi sul set, capace persino di influenzare la scrittura e l’impostazione della regia”.

Chi è Enrico oggi per te? E qual è il valore più grande che ti lascia un percorso di questo tipo, anche sul piano personale?
“Per me il progetto di Lidia Poët è stato fondamentale perché ha segnato il mio esordio nel cinema e nella TV. Era un mio desiderio da sempre. Dopo vent’anni di teatro, sono approdato al primo ruolo che mi ha catapultato in un mondo diverso che desideravo, cambiando in un certo senso il mio percorso. È stato un viaggio importantissimo dal punto di vista professionale, ma anche umano, grazie alle persone splendide che ho conosciuto e a cui mi sono legato, come Matilda, Eduardo Scarpetta e Gianmarco Saurino. Inoltre, tutto si è intrecciato con la mia vita privata: in questi anni mi sono sposato e sono diventato papà. Recitavo per la prima volta la figura di un padre mentre lo diventavo nella realtà. Interpretare un uomo che si prende così a cuore il futuro e la difesa dei diritti delle donne in un’epoca buia è qualcosa che ritrovo fortemente nella mia vita di tutti i giorni. Da genitore, sento questa responsabilità ancora più grande.”
In un’epoca complessa come la nostra, quanto è importante continuare a portare sullo schermo racconti di questo tipo, continuare a parlare di emancipazione e parità?
“È fondamentale, perché serve per raccontare le “donne nuove”, ma secondo me serve ancora di più per raccontare gli “uomini nuovi”. Abbiamo bisogno di storie che propongano allo spettatore esempi diversi da quelli visti finora, portatori di una visione del mondo in cui la figura maschile non è per forza il “macho duro” che non deve chiedere mai, che si disinteressa della famiglia o che si rapporta alle donne in modo non paritario. C’è un profondo bisogno di un racconto fatto di persone gentili e che si occupano del futuro. La gentilezza, la cura e il rispetto per gli altri sembrano cose banali, ma oggi non vanno più molto di moda: chi parla di gentilezza in questo mondo fa quasi una scelta controcorrente“.
Da padre di due bambine, qual è il messaggio più grande che speri possa restare loro guardando un domani il lavoro che hai fatto?
“Spero che rimanga loro l’esempio virtuoso dell’uomo di cui parlavo. Un uomo che sa mettersi al servizio delle cause più scomode, che sa rischiare e che costruisce legami sentimentali che vanno oltre le convenzioni. Mi piace pensare che un giorno, vedendo la serie, possano dire: “Guarda, Enrico è un personaggio che rischia davvero perché ha il coraggio di cambiare”. Abbandona le sue certezze e fa una cosa controcorrente per l’epoca, sostiene le donne e combatte contro i mulini a vento, proprio come Lidia. E in questa battaglia ottiene la vittoria più grande, che è la trasformazione di se stesso.”

L’affetto del pubblico e le fragilità di Enrico
Il tuo personaggio è uno dei più amati della serie. Cosa credi abbia toccato così a fondo il cuore degli spettatori?
“Spesso mi fermano per strada e mi chiamano “Avvocato!”, mi fa molta simpatia. Credo che le persone si siano affezionate tantissimo al legame di profonda complicità che si è creato con mia sorella nella serie, ma anche al fatto che sia un personaggio che cambia: parte in un modo e arriva in un altro. È l’esempio di una persona coraggiosa da cui non ti aspetteresti mai un cambio così radicale. E poi attira simpatia perché, sotto sotto, è un tenero che non sa bene come esserlo apertamente. È perennemente combattuto tra i suoi sentimenti e l’educazione rigida del suo tempo, che lo porta a schermarsi. Forse fa breccia nei cuori proprio per questo: nella vita vera siamo tutti un po’ maestri nel celare le nostre emozioni, e vedere qualcuno che lotta con ciò che sente lo rende estremamente umano.”
Grandi set, teatro e progetti futuri
Tra i tuoi percorsi c’è stata anche un’esperienza internazionale al fianco di Mel Gibson. Cosa ti ha lasciato un set di quelle dimensioni?
“Mi porta una maggiore fiducia in me stesso. Per me è stato un ostacolo enorme da superare: era la prima volta in molte cose, un ruolo grande, in una lingua diversa, con una responsabilità enorme e su un set gigantesco. Quando ti trovi dentro a quel mondo che hai sempre sognato, fa quasi paura per quanto è grande e speri quasi sia un sogno. Lui è una persona fantastica, nonostante le sue difficoltà personali, mette tutti straordinariamente a proprio agio e ama profondamente gli attori. Incontrare professionisti che amano così tanto il loro lavoro, che ti guidano, ti stanno vicino e ti spronano è stata una grandissima fortuna.”

In mezzo a tutto questo c’è il ritorno sul palcoscenico con lo spettacolo “L’ultimo arrivato”. Che cosa rappresenta per te questo progetto teatrale?
“L’ultimo arrivato celebra la chiusura di un periodo della mia vita in cui ho dovuto superare diverse difficoltà legate alla mia storia familiare e a varie sfortune di questi anni. Sono riuscito a trasformare tutto questo attraverso il gioco, il teatro e la musica. Lo definirei quasi un atto poetico di rinnovamento. È una storia comica che racconta come si possa guardare il bicchiere sempre mezzo pieno, trasformando i dolori in qualcosa di bello anziché in un fardello che ci appesantisce. È una sfida bellissima che porto avanti con Paolo Li Volsi, che lo ha scritto e lo recita con me. Ogni volta che lo portiamo in scena, come alla replica del 12 settembre a Genova, serve anche a noi due per darci nuova carica.”
I tuoi prossimi progetti?
“Ci sono diverse cose in uscita nei prossimi mesi. Ho girato un film con Gianni Zanasi e un altro con Michele Alhaique, entrambi in attesa di data ufficiale. Inoltre, a novembre inizierò un nuovo progetto a cui tengo molto, ma di cui non posso ancora svelare i dettagli.”
