L’amministrazione federale guidata da Donald Trump ha presentato alla Corte Suprema una richiesta d’urgenza per rimuovere lo stop che un tribunale inferiore ha imposto a un ordine esecutivo sul voto per posta. Il ricorso mira a ripristinare l’efficacia della misura anche mentre le cause proseguono e con le scadenze per le schede già alle porte.
Il punto è la sospensione cautelare disposta da più corti dopo un primo via libera parziale concesso dalla Corte Suprema circa dieci giorni fa. A quel punto l’esecutivo ha scelto la via più rapida: chiedere alla massima istanza di intervenire di nuovo, stavolta per far cadere i blocchi residui e consentire l’applicazione dell’ordine nell’immediato.
Come è funziona il voto postale
L’ordine firmato a marzo dal presidente assegna al governo il compito di predisporre elenchi degli aventi diritto e impone al Servizio postale degli Stati Uniti di consegnare le schede esclusivamente agli elettori presenti in quei registri. Di fatto, il baricentro è una verifica preventiva dell’elettorato.
Secondo la Casa Bianca, l’obiettivo dichiarato è ridurre la circolazione di schede non richieste e rafforzare i controlli. Da qui la richiesta di usare registri dedicati e una catena di consegna più rigorosa, con l’amministrazione a coordinare i passaggi e il Servizio postale degli Stati Uniti a eseguire in base alle liste validate.
I nodi in tribunale e la corsa al voto
Le contestazioni non si sono fatte attendere. Singoli elettori, organizzazioni civiche e una serie di stati guidati da amministrazioni democratiche hanno impugnato la misura davanti a corti federali diverse, sostenendo che il meccanismo potrebbe escludere elettori legittimi e incidere sul pieno esercizio del diritto di voto.
La finestra elettorale aggiunge pressione. Con le scadenze per stampa e invio delle schede ormai ravvicinate, il governo federale ha sollecitato un pronunciamento rapido, evidenziando che l’organizzazione materiale del voto per posta dipende da decisioni che non possono slittare senza conseguenze. Per questo l’istanza alla Corte Suprema insiste sui tempi, oltre che sul merito.
Missouri, mappa respinta e effetti immediati
La Corte Suprema del Missouri ha intanto stabilito che la nuova mappa dei collegi non potrà essere usata alle prossime consultazioni di metà mandato, imponendo il ritorno ai confini congressuali precedenti per la scheda di novembre. La decisione interviene su un ridisegno che, secondo i repubblicani locali, avrebbe potuto tradursi in un seggio in più, utile a difendere la maggioranza alla Camera.
Il verdetto arriva al termine del contenzioso promosso dal gruppo People Not Politicians Missouri, che ha denunciato l’incostituzionalità del processo di redistricting. Nel dibattito è entrato anche il nome del deputato Emanuel Cleaver, tra i più esposti a un riassetto penalizzante: con la nuova mappa, sostenevano gli oppositori, il suo seggio sarebbe potuto saltare.
Tempistica stretta, effetti concreti. La pronuncia è stata emessa a ridosso della scadenza dell’8 settembre fissata dallo Stato per chiudere la composizione della scheda di novembre, che includerà anche un referendum sul tema dei collegi. Di conseguenza, gli uffici elettorali dovranno tarare subito impaginazione e logistica sulla geografia attuale.
Il presidente ha reagito con toni duri sui social, definendo la decisione «non solo orribile, ridicola e incostituzionale» e parlando di una «giornata nera per la ‘giustizia’ in Missouri». Le parole mettono in luce come il fronte elettorale si stia giocando su due piani che si toccano: regole federali per il voto per posta e confini dei collegi a livello statale.
In parallelo, il procuratore generale del Missouri, Catherine Hanaway, ha annunciato l’intenzione di ricorrere alla Corte Suprema degli Stati Uniti. È il prossimo passaggio di una serie di cause che, per calendari e impatto operativo, finisce per incrociare il dossier sul voto per corrispondenza: le due partite corrono affiancate e producono effetti immediati sull’organizzazione delle elezioni.
