L’Italia non si è qualificata ai Mondiali di calcio del 2026, ed è la terza volta consecutiva che la nazionale maschile resta fuori dalla competizione. Dopo l’eliminazione si è parlato molto della scelta del nuovo ct e della necessità di avviare un nuovo ciclo per riportare gli azzurri ai Mondiali tra quattro anni. Alla fine, la FIGC ha scelto Roberto Mancini, che torna sulla panchina della Nazionale dopo averla già allenata dal 2018 al 2023. Nel suo primo mandato aveva portato l’Italia alla vittoria degli Europei del 2021 e a una serie record di 37 partite senza sconfitte, senza però riuscire a qualificarsi ai Mondiali del 2022.
Eppure, mentre il dibattito sportivo italiano continuava a concentrarsi soprattutto sul futuro della Nazionale di calcio, nelle settimane successive a riportare l’Italia sul tetto d’Europa e del mondo sono stati altri atleti italiani. Dal nuoto all’atletica, fino alla ginnastica, medaglie, record e risultati internazionali hanno raccontato una storia molto più ampia di quella che abitualmente conquista le prime pagine. A sollevare la questione ci ha pensato Factanza, che, in un approfondimento, ha evidenziato come in Italia i talenti non manchino. La domanda che bisognerebbe porsi è piuttosto quanto spazio riusciamo a quelli che stanno realmente vincendo.
Atleti Italiani, dalle 22 medaglie di Birmingham al record di Sara Curtis
Agli Europei di atletica di Birmingham, disputati dal 10 al 16 agosto, l’Italia ha chiuso al primo posto nel medagliere con 22 medaglie: dieci ori, sei argenti e sei bronzi. Dietro, la Gran Bretagna si è fermata a nove ori e 19 medaglie complessive.
Tra i risultati più importanti c’è stato quello di Andy Díaz Hernández, oro nel salto triplo con 18,15 metri, mentre Larissa Iapichino ha conquistato il titolo europeo nel lungo raggiungendo i sette metri. Il sorpasso finale sulla Gran Bretagna è arrivato anche grazie alla 4×400 maschile, vinta da Edoardo Scotti, Luca Sito, Mohamed Soudassi e Lorenzo Benati.
Qualche giorno prima, a Parigi, Sara Curtis aveva fatto qualcosa di ancora più raro. Nei 50 metri dorso la nuotatrice italiana ha battuto il record del mondo due volte nel giro di 24 ore: prima 26,63 secondi in semifinale e poi 26,56 in finale, conquistando l’oro europeo. Curtis ha terminato la competizione con sei medaglie, mentre l’Italia è stata la nazionale con il maggior numero di podi nel nuoto, 20.
Negli stessi giorni, la squadra femminile italiana di ginnastica artistica è arrivata seconda nella gara a squadre agli Europei di Zagabria, mentre ai Mondiali di ginnastica ritmica di Francoforte Sofia Raffaeli ha conquistato il bronzo nell’all-around e l’argento al cerchio.
Quanto guadagnano gli atleti italiani fuori dal calcio
Il caso di Sara Curtis aiuta a capire le proporzioni. Per il record mondiale e quello europeo nei 50 dorso, l’atleta ha maturato 15mila euro di bonus: 10mila per il primato mondiale e 5mila per quello europeo, ai quali si aggiungono il premio per la medaglia e gli eventuali bonus degli sponsor. Una cifra importante, ma molto contenuta se rapportata al fatto che è diventata la donna più veloce della storia nella propria disciplina.
Il divario emerge ancora più chiaramente dai dati dell’INPS. Nel 2025 sono stati censiti 13.686 lavoratori sportivi con almeno un contributo versato: il 65,6% apparteneva alla Federazione Calcio, contro il 34,4% raccolto da tutte le altre federazioni. La fascia retributiva più comune era compresa tra 10mila e 50mila euro annui. Sopra i 700mila euro, invece, l’INPS rileva una concentrazione soprattutto tra i professionisti della Federazione Calcio.
Questo non significa che oggi chi pratica uno sport classificato come dilettantistico sia automaticamente privo di diritti, ma la differenza rimane nella capacità economica dell’intero sistema: pubblico, sponsor, diritti televisivi, pubblico pagante e attenzione mediatica. Il calcio dispone di un mercato in grado di sostenere migliaia di carriere. Molte altre discipline, anche ad altissimo livello, molto meno.
Atleti nei corpi militari: perché così tanti campioni indossano una divisa
È anche per colmare questo vuoto che in Italia hanno assunto un ruolo centrale i gruppi sportivi militari e dei corpi dello Stato. Fiamme Oro della Polizia di Stato, Fiamme Gialle della Guardia di Finanza, Fiamme Azzurre della Polizia Penitenziaria, Esercito, Aeronautica e Carabinieri permettono agli atleti selezionati di entrare nell’amministrazione attraverso concorsi specifici e continuare contemporaneamente l’attività agonistica. Nel solo 2026 la Polizia ha bandito un concorso per l’assunzione di 37 atleti nelle Fiamme Oro, mentre procedure analoghe esistono per Guardia di Finanza e Polizia Penitenziaria.
La stessa Aeronautica definisce come propria missione la tutela e il miglioramento dell’attività agonistica degli atleti militari di interesse nazionale. Nella pratica, questo sistema offre qualcosa che in numerose discipline il mercato fatica a garantire: continuità economica e la possibilità di allenarsi ad alto livello senza dover necessariamente affiancare allo sport un altro lavoro.
Basti pensare alla nazionale di atletica di Birmingham: Larissa Iapichino è nelle Fiamme Oro, Nadia Battocletti nelle Fiamme Azzurre, Massimo Stano nelle Fiamme Oro, Leonardo Fabbri nell’Aeronautica.
Calcio e appartenenza politica in Italia
Per capire perché il calcio abbia conquistato una posizione così diversa non basta, però, parlare di stipendi. In Italia il pallone è stato per decenni uno strumento di appartenenza sociale, identità politica e costruzione del consenso.
Il fascismo comprese molto presto la capacità del calcio di trasformarsi in fenomeno di massa e lo utilizzò all’interno del proprio progetto di costruzione dell’identità nazionale, soprattutto negli anni Trenta. Il rapporto tra regime e pallone non fu lineare, ma il calcio divenne uno degli spazi attraverso cui venivano rappresentate forza e unità nazionale. Persino l’Inter fu costretta nel 1928 dal regime a cambiare nome in Ambrosiana, perché “Internazionale” risultava incompatibile con il nazionalismo fascista.
Nel dopoguerra il rapporto tra calcio e politica si è spostato soprattutto sulle tifoserie, sulle classi sociali e successivamente sulle curve, dove sono convissuti e si sono scontrati gruppi di orientamenti politici differenti.
Il derby di Milano rappresenta un buon esempio: storicamente il Milan era considerato la squadra dei ceti popolari e operai, i “casciavìt”, i cacciaviti; l’Inter era invece associata alla borghesia cittadina, i “bauscia”. Una divisione di classe che si sovrapponeva ad alcune appartenenze politiche. Già con il boom economico e i cambiamenti sociali della città questa distinzione iniziò progressivamente a perdere significato e oggi è rimasta soprattutto nella memoria e nel linguaggio del derby.
Il calcio italiano, infatti, non è semplicemente uno sport che ha più spettatori: ha avuto oltre un secolo per costruire attorno a sé identità familiari, politiche, locali, economiche e mediatiche. Gli altri sport entrano più spesso nel racconto nazionale quando arriva una medaglia e ne escono non appena termina la premiazione.
Ad oggi, però, le vittorie di Birmingham, Parigi, Zagabria e Francoforte dimostrano che l’Italia sportiva non coincide con l’Italia del calcio.
