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Attentato a Ranucci, Lavitola: “Sono il mandante”. Il legale: “Ranucci sapeva? Non rispondo”

Dopo oltre cinque ore davanti al gip, l’imprenditore conferma di essere il mandante e la Procura consolida la ricostruzione sul reclutamento degli esecutori. Ma resta da chiarire perché sia stato organizzato l’attentato. Il legale chiede i domiciliari. Nuovi accertamenti sulle presunte minacce al giornalista

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Uomo di mezza età, Luigi Lavitola, indossa camicia blu, all'aperto.

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Martina Beretta di Martina Beretta

Mi chiamo Martina Beretta e sono una content editor e autrice digitale. Da anni lavoro nel mondo dei podcast e dei contenuti digitali, occupandomi di storytelling, approfondimenti editoriali e narrazione social. Ho collaborato alla crescita del progetto Passa dal BSMT, seguendo la scrittura e lo sviluppo di contenuti tra attualità, cultura e intrattenimento. Oggi collaboro anche con Ala News, dove unisco linguaggio giornalistico e sensibilità digitale.

Valter Lavitola ha ammesso di essere il mandante dell’attentato contro Sigfrido Ranucci, ma le oltre cinque ore trascorse davanti al gip non hanno ancora sciolto quello che resta il principale interrogativo dell’inchiesta: perché organizzare un attentato contro il giornalista di Report?

La confessione dell’imprenditore rappresenta intanto un primo importante riscontro per il lavoro della Procura di Roma. Lavitola ha confermato il ruolo di mandante che gli viene attribuito dagli inquirenti e, secondo quanto emerge nelle ore successive all’interrogatorio, le sue dichiarazioni rafforzerebbero anche la ricostruzione della catena che avrebbe portato alla realizzazione materiale dell’attentato.

A coordinare l’inchiesta è il pm Edoardo De Santis. Il procedimento era stato inizialmente seguito anche da Carlo Villani, oggi procuratore capo di Velletri.

Da Lavitola agli esecutori: la ricostruzione degli inquirenti

Le dichiarazioni rese dall’imprenditore avrebbero sostanzialmente confermato anche il reclutamento dei quattro presunti esecutori materiali: Antonio Passariello, Pellegrino D’Avino, Saverio Mutone e Marika De Filippis.

Resta centrale inoltre la posizione di Gomes Clesio Tavares, considerato dagli investigatori l’uomo che avrebbe fatto da collegamento tra Lavitola e il gruppo incaricato di eseguire materialmente l’azione.

Secondo la ricostruzione investigativa, sarebbe stato Tavares ad assoldare i quattro e a commissionare il blitz per conto di Lavitola. L’uomo si trova attualmente all’estero ed è destinatario di un provvedimento cautelare. Nei giorni scorsi aveva dichiarato di trovarsi in Camerun e di non avere intenzione, almeno nell’immediato, di rientrare in Italia.

Lavitola: “L’ho fatto per proteggere Ranucci”

Se la confessione consente alla Procura di mettere un primo punto fermo sulla presunta catena di comando, molto meno chiaro rimane il movente.

Lavitola sostiene di aver organizzato l’attentato per tutelare Ranucci. Secondo quanto riferito dal suo avvocato Sergio Cola, l’imprenditore avrebbe spiegato che il conduttore di Report era esposto a diversi e pericolosi tentativi di aggressione e che l’attentato avrebbe dovuto indurre le autorità a innalzare il livello della sua scorta.

Una spiegazione che dovrà ora trovare riscontri.

La Procura starebbe infatti valutando nuovi accertamenti sulle minacce e sui rischi ai quali Ranucci poteva essere concretamente esposto nel periodo precedente all’esplosione. L’obiettivo sarà verificare se i pericoli indicati da Lavitola durante l’interrogatorio fossero reali e soprattutto se l’imprenditore ne fosse effettivamente a conoscenza.

Le chat: “Hai un livello di rischio molto alto”

A rendere meno estemporanea almeno la preoccupazione manifestata da Lavitola per la sicurezza del giornalista ci sono alcuni messaggi già finiti agli atti dell’inchiesta.

Nell’ordinanza viene ricostruita l’insistenza dell’imprenditore sulla necessità di rafforzare la protezione di Ranucci. Lavitola gli avrebbe rappresentato un livello di rischio particolarmente elevato, sostenendo addirittura di aver utilizzato programmi specializzati basati sull’intelligenza artificiale per valutarlo.

In uno dei messaggi citati nell’ordinanza, Lavitola avvertiva Ranucci che il rischio legato agli «odiatori» sarebbe stato “molto alto” e difficilmente gestibile senza una protezione fisica garantita da uomini della scorta.

Messaggi che assumono oggi un peso nuovo alla luce della confessione e della versione fornita dall’imprenditore davanti al gip.

Protezione o aumento della popolarità?

È proprio sul movente, tuttavia, che rimane una delle principali contraddizioni da chiarire.

La versione fornita da Lavitola è quella di un attentato organizzato paradossalmente per proteggere Ranucci. Nell’ordinanza cautelare, però, il gip aveva ricostruito un’altra possibile finalità: l’azione sarebbe stata commissionata per accrescere la popolarità del giornalista e favorirne le prospettive politiche.

Due letture che non necessariamente si escludono completamente, ma che aprono uno dei fronti decisivi dell’indagine. Gli investigatori dovranno stabilire quale fosse il reale obiettivo perseguito da Lavitola e se dietro l’attentato ci fosse soltanto l’intenzione dichiarata di rafforzare la sicurezza del conduttore oppure un progetto più ampio legato alla sua esposizione pubblica.

Ranucci era a conoscenza del progetto?

Rimane poi aperta la domanda che aveva già segnato le ore immediatamente successive all’interrogatorio: Ranucci sapeva qualcosa del progetto?

Secondo quanto ricostruito dal Corriere della Sera, durante l’interrogatorio non sarebbe stata posta a Lavitola una domanda diretta sull’eventuale coinvolgimento del giornalista. Per i magistrati, allo stato degli atti, Ranucci sarebbe stato all’oscuro del progetto.

All’uscita da Rebibbia, tuttavia, il difensore di Lavitola non aveva voluto affrontare l’argomento. Alla domanda dei cronisti se Ranucci fosse a conoscenza del proposito dell’imprenditore, Cola aveva risposto: “Su questo non dico assolutamente altro. Vi sto dicendo quello che io potevo dirvi”.

Una risposta dalla quale, in assenza di ulteriori elementi, non può essere desunta alcuna consapevolezza da parte del giornalista.

La difesa chiede gli arresti domiciliari

Dopo la scelta di collaborare con i magistrati e ammettere il ruolo di mandante, la difesa punta ora a ottenere un alleggerimento della misura cautelare.

L’avvocato Cola ha depositato una richiesta di arresti domiciliari per Lavitola, sostenendo che non sussisterebbero più il pericolo di fuga né quello di inquinamento delle prove.

La decisione spetterà ora al giudice. Intanto l’inchiesta entra in una nuova fase: la confessione ha consentito di fare chiarezza su chi, secondo l’accusa e ora anche secondo le parole dello stesso indagato, abbia ordinato l’attentato. Resta invece ancora da ricostruire fino in fondo perché lo abbia fatto.

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