Le conversazioni acquisite nell’inchiesta indicano che Sigfrido Ranucci venne posto al centro di un disegno politico discusso con Valter Lavitola e incorniciato dalla vicenda dell’attentato a Ranucci. L’ordigno esplose davanti alla sua abitazione di Pomezia il 16 ottobre 2025, danneggiando alcune auto e il cancello; nessuno rimase ferito. In quelle chat appare anche una promessa netta: «Tra due anni sarai presidente del Consiglio».
Dagli atti emergono passaggi operativi e ambizioni. Si parla di un sondaggio per misurare notorietà e potenziale elettorale, di un possibile distacco dalla trasmissione per amplificare l’eco mediatica, persino della certezza «al 110%» sul traguardo. L’obiettivo, messo nero su bianco da Lavitola, era trasformare la visibilità televisiva in consenso politico spendibile su scala nazionale.
Chat, ambizioni e un disegno politico
Negli scambi contestati Lavitola si presenta come promotore di un progetto politico ampio, costruito attorno al profilo del conduttore. «L’unico spendibile», scrive in un passaggio attribuito dagli investigatori, a segnalare la convinzione che la popolarità maturata in tv potesse reggere anche in campo elettorale. Da qui l’idea di orchestrare tempi e mosse per capitalizzare l’attenzione del pubblico.
La cornice non si fermava a una candidatura territoriale. Gli atti parlano esplicitamente di un approdo alla guida dell’esecutivo, un orizzonte che torna in più conversazioni e che orienta sia le mosse mediatiche sia i tentativi di strutturare una rete. Di fatto, la sequenza delle proposte ruota attorno a un’unica direttrice: costruire leadership, non semplice presenza.
L’ordigno di Pomezia e il cambio di lettura
La notte del 16 ottobre l’esplosione davanti alla casa del giornalista a Pomezia venne inizialmente inquadrata come possibile ritorsione legata all’attività professionale. I danni furono circoscritti a veicoli e cancello, senza vittime né feriti. A quel punto l’attenzione investigativa restò concentrata su piste legate alla cronaca del programma e alle sue inchieste.
Secondo la gip, però, il quadro muta quando affiorano elementi che collegano l’episodio a una strategia volta ad accrescere la visibilità pubblica del protagonista. La lettura proposta negli atti non parla di un intento esclusivamente intimidatorio, ma di un atto funzionale a rafforzare il profilo di Ranucci, in coerenza con il progetto delineato nelle chat. È un ribaltamento di prospettiva che sposta il baricentro dal “contro” al “per”.
Arresto e piste ricostruite
In questa cornice è stato arrestato Valter Lavitola, ritenuto l’ideatore del piano e colui che avrebbe individuato un intermediario incaricato di cercare gli esecutori. Gli investigatori indicano come intermediario Gomes Clesio Tavares. Chat, tabulati telefonici e tracciamenti dei veicoli vengono richiamati come riscontri che avrebbero permesso di mappare alcuni sopralluoghi nei pressi dell’abitazione prima dell’esplosione. Su questa base si innestano misure cautelari e contestazioni, che andranno poi vagliate nel merito.
Gli atti processuali trattano Ranucci come vittima dell’episodio e non come parte consapevole del progetto. Gli investigatori e la gip sottolineano che non sono emersi elementi in grado di dimostrare un suo coinvolgimento nella costruzione del piano. Viene inoltre evidenziato che il rapporto di fiducia con Lavitola sarebbe stato utilizzato da quest’ultimo per promuovere l’ipotesi del salto in politica, presentandolo come passaggio quasi obbligato.
Il prosieguo del procedimento dovrà verificare la tenuta probatoria di ogni tassello: conversazioni, tabulati, spostamenti e sopralluoghi. Resta centrale, in questa fase, la coerenza tra il disegno politico ricostruito negli atti e l’esplosione avvenuta a Pomezia: il nesso ipotizzato dall’accusa sarà valutato in aula alla luce dei riscontri tecnici e delle testimonianze che verranno acquisite.
Ranucci al Corriere: “Vedere il dolore dei miei figli mi fa impazzire”
Il peso dell’attacco subito e delle conseguenze che ne sono derivate riguarda anche la famiglia di Sigfrido Ranucci. Intervistato dal Corriere della Sera, il giornalista ha raccontato quanto sia difficile per lui vedere soffrire i propri figli.
“Vedere che dopo una bomba e 30 anni di sacrifici c’è chi infanga il padre, per i miei figli non è bello. E vedere il loro dolore mi fa impazzire”, ha dichiarato Ranucci, che il giorno precedente aveva scelto di non commentare gli ultimi sviluppi dell’indagine sull’attentato, compreso l’arresto di Valter Lavitola.
Nel corso dell’intervista, il giornalista ha mostrato anche i numeri raggiunti da un suo recente post pubblicato su Facebook, accompagnato da una fotografia insieme alla madre. Il contenuto, pubblicato due giorni prima, aveva raggiunto 1,2 milioni di visualizzazioni. “Ho tanta gente che mi vuole bene”, ha commentato Ranucci.
Nel post, il giornalista aveva ricordato la madre, scomparsa da tempo, partendo proprio dalla fotografia scattata sei anni prima nel cortile della sua abitazione di Roccamassima. Ranucci aveva scritto che quell’angolo della casa conserva ancora l’anima della madre e aveva definito consolatorio il fatto che lei non possa assistere agli attacchi rivolti contro di lui attraverso articoli, programmi televisivi e piattaforme che considera filogovernative.
Nel suo messaggio, Ranucci aveva inoltre accusato alcune persone di cercare di screditare la sua persona e il lavoro al quale ha dedicato la propria vita, sostenendo che gli strumenti ricevuti dai genitori gli permetteranno di difendere la propria storia, sia umana sia professionale. Aveva infine espresso riconoscenza alla madre e a chi, per il semplice fatto di essergli vicino, sta affrontando insieme a lui le conseguenze di questa situazione.
Attentato a Ranucci, il legale: “Tre volte vittima, anche di un linciaggio mediatico e politico”
Secondo l’avvocato Roberto De Vita, la vicenda che coinvolge Ranucci avrebbe esposto il giornalista a tre diverse forme di vittimizzazione. Il legale, intervenendo sugli ultimi sviluppi dell’inchiesta, parla dell’attentato, del coinvolgimento di un amico e della successiva campagna di attacchi pubblici nei confronti del giornalista.
“Sigfrido Ranucci è tre volte vittima, di un attentato grave e pericoloso, di un tradimento e di una strumentalizzazione da parte di un amico in un delirante teatro della follia (se i fatti verranno definitivamente accertati) e, in ultimo, con forse maggiore gravità di una massiva e persistente campagna di linciaggio mediatico e politico che con congetture e insinuazioni ha cercato di trasformare la vittima nel beneficiario più o meno consapevole dell’attentato”, afferma De Vita.
L’avvocato sottolinea inoltre che ora l’attenzione è rivolta anche alle persone denunciate per diffamazione aggravata. “Adesso attendiamo il giudizio anche nei confronti di quanti sono stati denunciati per diffamazione aggravata per aver contribuito consapevolmente alla violenta azione denigratoria della figura più rilevante del giornalismo di inchiesta in Italia, azione pericolosa per la democrazia come un attentato”, conclude il penalista.
Lavitola a Ranucci dopo l’attentato: “Devi avere più protezione”
Come emerge dall’ordinanza di custodia cautelare, Valter Lavitola avrebbe manifestato un grande interesse per il rafforzamento della protezione del conduttore di Report. Ansa riporta che, a un mese dall’attentato, Lavitola era preoccupato per la mancata assegnazione di una seconda auto di scorta e arrivò a scrivere al giornalista: “Ti prego, se non ti danno la seconda macchina, dammi il via libera per fare tutto il casino che mi viene in mente“.
Non solo: “Dammi retta, in qualsiasi momento tu sei esposto, devi avere una struttura di protezione fisica. Significa che quando tu arrivi in un luogo: a casa, alla Rai, un ristorante…devi avere una staffetta di fatta da almeno quattro uomini, più i due della macchina di scorta che dopo aver fatto il sopralluogo (devono arrivare almeno 10 minuti prima) ti fanno un cerchio di protezione. Il vero pericolo che hai tu sono: “gli odiatori“, avrebbe concluso.
Programmato per il 12 agosto l’interrogatorio di Lavitola a Rebibbia
L’interrogatorio di garanzia per Valter Lavitola è fissato il 12 agosto nel carcere di Rebibbia. Nei confronti dell’indagato i pm della Dda di piazzale Clodio contestano l’aggravante del metodo mafioso. Intanto resta latitante il cittadino camerunense Gomes Clesio Tavares, factotum di Lavitola e ritenuto dagli inquirenti l’intermediario con la banda che ha materialmente compiuto l’attentato all’esterno dell’abitazione di Ranucci a Pomezia.
