Migliaia di persone il 30 giugno 2026 sono scese in piazza a Johannesburg, Città del Capo, Durban e Pietermaritzburg per chiedere l’espulsione dei migranti senza documenti, in una mobilitazione che mette a dura prova la retorica della “rainbow nation” post-apartheid, guida storica del panafricanismo.
🇫🇷L’AFRIQUE DU SUD EN ÉBULLITION
Des milliers de Sud-Africains descendent dans les rues de Durban pour exiger le départ des étrangers.
Ils sont armés de bâtons et de planches… et la police est déjà sur place.
« Les étrangers dehors ! »
La colère contre l’immigration massive… pic.twitter.com/3TH3y4QUIj
— 💤Lourau🇨🇵 (@Lourau20e) July 1, 2026
La scadenza imposta da March and March
La data non è casuale: le organizzazioni promotrici della protesta, riunite in una coalizione di oltre 20 sigle guidate dal movimento March and March, l’avevano indicata come termine ultimo per l’espulsione volontaria degli stranieri irregolari. A guidare la campagna è Jacinta Ngobese-Zuma, ex conduttrice radiofonica di Durban, secondo cui l’obiettivo non sarebbe la xenofobia ma “il fallimento del governo sull’immigrazione irregolare”. Diverse inchieste giornalistiche, tuttavia, attribuiscono al movimento legami opachi con l’entourage dell’ex controverso presidente Jacob Zuma. Il governo non ha mai riconosciuto l’ultimatum, ribadendo che l’applicazione delle leggi sull’immigrazione spetta solo alle autorità competenti.
Sudafrica, un mese di ronde, minacce e sgomberi
Nelle settimane precedenti alla scadenza, attivisti armati di bastoni e sjambok hanno presidiato i quartieri più poveri, effettuando vere e proprie “verifiche” sui documenti d’identità dei dipendenti nei negozi gestiti da stranieri, senza alcuna autorità legale per farlo. A Durban e Johannesburg si sono moltiplicati gli sgomberi illegali di inquilini stranieri da parte di proprietari terrorizzati all’idea che i loro edifici venissero vandalizzati.
Violenze, saccheggi il giorno della protesta in Sudafrica
Il 30 giugno, giorno della mobilitazione nazionale, i manifestanti hanno sfilato dietro agli organizzatori sventolando bandiere, sotto lo sguardo di migliaia di agenti in tenuta antisommossa e con l’esercito in stato di allerta. A Johannesburg sono state date alle fiamme auto e cassonetti; la maggior parte dei negozi ha abbassato le serrande e i nodi di trasporto sono rimasti deserti. Si sono registrati saccheggi a Thembisa e Soweto, colpi di arma da fuoco nei pressi del centro città e scontri con lanci di pietre contro la polizia. Le autorità contano almeno quattro morti dall’inizio delle proteste, avviate già a marzo, oltre a diversi giornalisti aggrediti mentre coprivano gli eventi.
La fuga verso i paesi vicini
La crisi ha già spinto oltre 25mila persone a lasciare il Sudafrica verso Zimbabwe e Malawi, con code crescenti al valico di Beitbridge e centinaia di malawiani accampati all’aperto, in pieno inverno, in attesa di autobus per il rimpatrio. Anche a Città del Capo centinaia di zimbabwani si sono accampati fuori dal proprio consolato.
Ramaphosa e il rischio di un nuovo 2008
Il presidente Cyril Ramaphosa ha incontrato i leader dei movimenti alla vigilia delle manifestazioni, chiedendo garanzie sulla natura pacifica delle proteste e ribadendo che nessuna violenza potrà mai essere giustificata. Dietro le accuse di disoccupazione, salari bassi e criminalità rivolte agli stranieri – accuse che gli scienziati sociali definiscono prive di riscontro empirico – le organizzazioni umanitarie parlano di afrofobia: a essere colpiti sono quasi esclusivamente i migranti di origine africana, in un paradosso storico che vede oggi perseguitati i cittadini di Paesi che un tempo offrirono rifugio ai leader sudafricani in lotta contro l’apartheid.
Analisti ed esperti di sicurezza temono un’escalation simile a quella del 2008, quando i riot xenofobi causarono 62 morti, centinaia di feriti e oltre 100mila sfollati. Sullo sfondo resta una crisi economica profonda, con una disoccupazione al 30% e diseguaglianze tra le più marcate al mondo
