Il 30 giugno 2026, a Washington, la Corte Suprema ha respinto l’ordine esecutivo che negava la cittadinanza alla nascita. Con sei voti a favore e tre contrari, i giudici hanno stabilito che il provvedimento firmato dal presidente Donald Trump il 20 gennaio 2025 è incompatibile con il XIV emendamento della Costituzione. La Corte ha confermato il principio della cittadinanza automatica per chi nasce sul territorio statunitense e la decisione apre la strada a una nuova fase politica.
La decisione della Corte Suprema: sì allo ius soli
L’ordine esecutivo che mirava a escludere dalla cittadinanza i bambini nati negli Stati Uniti da genitori senza permesso di soggiorno o presenti temporaneamente è stato ufficialmente respinto. Il pronunciamento è avvenuto con una maggioranza composta dal presidente della Corte John Roberts e da cinque altri giudici: Sonia Sotomayor, Elena Kagan, Ketanji Brown Jackson, Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett. Clarence Thomas, Samuel Alito e Neil Gorsuch hanno espresso il parere dissenziente.
Nelle motivazioni il presidente della Corte John Roberts ha scritto che “la cittadinanza per diritto di nascita è il diritto di avere diritti, di partecipare liberamente alla nostra comunità politica” e ha richiamato il precedente del 1898 e l’interpretazione del XIV emendamento, ratificato nel 1868. Roberts ha inoltre affermato che vi erano “scarse prove” a sostegno della lettura restrittiva proposta dall’amministrazione.
L’ordine esecutivo contestato era stato firmato da Trump il primo giorno del suo secondo mandato, il 20 gennaio 2025. Più tribunali federali avevano sospeso l’applicazione del provvedimento e la questione era quindi arrivata fino alla Corte Suprema.

Trump: “Un male per il nostro paese”
Analisi citate nei fascicoli relativi al contenzioso indicavano che l’interpretazione restrittiva avrebbe potuto riguardare almeno 260.000 bambini nati ogni anno negli Stati Uniti, secondo una stima del Pew Research Center; altre valutazioni citate nelle discussioni pubbliche indicavano una cifra nell’ordine delle 250.000 unità.
Il presidente Trump ha commentato la sentenza sui propri canali social, scrivendo che la conferma dello ius soli “è un male per il nostro Paese” e annunciando l’intenzione di cercare una soluzione legislativa: “se il Congresso vorrà eliminarlo, avrà il mio completo e totale appoggio”, ha detto. Stephen Miller, consigliere coinvolto nelle politiche sull’immigrazione durante l’amministrazione, ha definito la decisione “distruttiva e scioccante”, mentre i procuratori generali di alcuni Stati che avevano promosso il ricorso hanno salutato la sentenza come conferma di “un principio fondamentale della democrazia americana”, come ha scritto il procuratore della California.
La sentenza ha conseguenze pratiche anche sull’uso amministrativo e legale del certificato di nascita: finora il certificato è stato considerato prova legale di cittadinanza per l’iscrizione alle liste elettorali, per assunzioni, per pratiche immobiliari e per il servizio militare; l’ordine esecutivo avrebbe invece potuto ridefinirne la valenza. Con la decisione la Corte ha mantenuto il regime operativo corrente su questi punti.
Cosa succede se Trump fa ricorso al Congresso
Dal punto di vista procedurale, l’amministrazione ha indicato come prossimo passo il ricorso al Congresso. Modificare il principio costituzionale però richiederebbe però un emendamento: per cambiare la Costituzione servono la maggioranza dei due terzi in entrambe le Camere del Congresso e la successiva ratifica da parte di almeno 38 stati. Una legge ordinaria che provasse a sopprimere lo ius soli incontrerebbe inoltre ostacoli al Senato, dove per superare l’ostruzionismo sono necessari 60 voti; al momento i Repubblicani dispongono di 53 seggi, secondo le cifre allegate alle note politiche.
La composizione del voto alla Corte ha fornito anche un ulteriore elemento interpretativo: la maggioranza che ha respinto l’ordine esecutivo non è stata un blocco esclusivamente progressista, ma ha incluso giudici nominati da presidenti repubblicani. Il presidente della Corte John Roberts e la giudice conservatrice Amy Coney Barrett si sono infatti uniti alle tre giudici di orientamento progressista – Sonia Sotomayor, Elena Kagan e Ketanji Brown Jackson – nel formare la maggioranza di sei voti contro tre.
