Il 26 giugno 2026 a Washington Israele e il Libano hanno siglato un accordo per il ritiro parziale delle truppe israeliane. Il testo prevede l’istituzione di due “zone pilota” al di fuori della “linea gialla”, una fascia di circa 10 km in territorio libanese. Marco Rubio ha detto che l’intesa è “l’inizio dell’inizio”, ma il piano indica anche lo sgombero di aree a nord e a sud del fiume Litani. Il testo dell’intesa dispone che le aree lasciate dall’IDF passino sotto il controllo delle Lebanese Armed Forces . Il governo di Beirut e la presidenza di Joseph Aoun hanno definito l’accordo “primo passo per dare valore ai sacrifici del popolo”, ha dichiarato Aoun. Il documento precisa però che le LAF, al momento, non dispongono né della forza né delle capacità tecniche e, in parte, neppure della volontà politica necessarie per disarmare Hezbollah e garantire sul terreno l’attuazione degli impegni presi a Washington. In teoria, il ritiro dovrebbe avvenire in seguito allo smantellamento delle infrastrutture del gruppo militare libanese Hezbollah, alleato dell’Iran, che però non ha partecipato alle negoziazioni e non ha firmato l’accordo.
“A meno che non si arrivi a una guerra civile”
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha detto che “la linea gialla” verrà mantenuta “finché Hezbollah non si disarmerà, finché esisterà un pericolo per lo Stato di Israele”; il premier ha aggiunto che l’intesa punta anche a limitare l’influenza iraniana nella regione. I negoziati a Washington tra Beirut e Tel Aviv erano partiti “malissimo”. Il memorandum includeva un cessate il fuoco in Libano che riconosceva implicitamente il ruolo di Teheran.
Hassan Fadlallah, parlamentare di Hezbollah, ha avvertito che le autorità libanesi non sarebbero in grado di far rispettare l’accordo “a meno che, con il sostegno degli Stati Uniti, non si arrivi alla guerra civile“; ha ribadito l’opposizione del movimento a negoziati diretti con Israele. Fadlallah ha anche promesso che Hezbollah manterrà le proprie armi e non consentirà alle istituzioni dello Stato di applicare gli impegni presi a Washington.
La nascita di Hezbollah
Hezbollah nasce nel 1982 come risposta diretta all’occupazione israeliana del Libano meridionale, con il sostegno politico, finanziario e militare dell’Iran e della Siria. Il nome significa “Partito di Dio” in arabo, ma fin dall’inizio il gruppo è qualcosa di più complesso di una semplice milizia. Nel corso degli anni, grazie alla sua ambivalenza di partito e milizia, il movimento ha allargato la propria influenza fino ad aleggiare sia sull’apparato di sicurezza libanese che sullo spettro politico del paese. Questa doppia natura è stata costruita mattone su mattone attraverso i decenni. Nel 1992 Hezbollah partecipa per la prima volta alle elezioni parlamentari, conquistando 12 seggi quasi tutti ottenuti nel Sud del Paese, la zona con la più forte radicalizzazione. Da allora il gruppo non ha mai smesso di crescere come attore politico, mentre parallelamente potenziava il proprio arsenale militare.
Uno Stato dentro lo Stato
La chiave del consenso di Hezbollah non è mai stata solo la lotta armata. In Libano il gruppo offre una serie di servizi alla popolazione, spesso riempiendo il vuoto lasciato dallo Stato: gestisce scuole, ospedali e attività agricole. Società edilizie che ricostruiscono i quartieri colpiti nella guerra del 2006, scuole e ospedali finanziati dall’Iran: sono questi gli strumenti con cui il Partito di Dio si è sostituito, in parte, agli apparati dello Stato. È una strategia che ha funzionato: un sondaggio del 2020 ha rilevato che l’89% degli sciiti libanesi ne ha un’opinione positiva. Gli altri libanesi, però, accusano il gruppo di aver creato uno Stato nello Stato.
Perché Hezbollah non partecipa all’accordo
In questo contesto, l’accordo di Washington rappresenta per Hezbollah una minaccia esistenziale. Accettarlo significherebbe legittimare un negoziato diretto tra Beirut e Tel Aviv da cui è stato escluso, e soprattutto aprire la strada al disarmo – ovvero alla propria dissoluzione come forza autonoma. Come sintetizzano gli analisti, Hezbollah non è un partito con un’ala militare, è un’organizzazione militare con un’ala politica. Togliergli le armi significa togliergli l’identità.
Il nodo è politico prima che militare: l’occupazione israeliana nel sud alimenta la retorica della resistenza, che giustifica le armi, che rendono impossibile qualsiasi pace duratura. Washington, Beirut e Tel Aviv hanno firmato di voler spezzare questo circolo. Hezbollah ha già fatto sapere che non lo permetterà.
