16 giugno 2026 – il comitato disciplinare indipendente della Fifa ha archiviato il procedimento che aveva coinvolto Shaun Evans, assistente arbitrale video ai Mondiali: dopo aver esaminato il video circolato anche sui social, l’organismo ha stabilito che non ci sono prove di una violazione del codice disciplinare. L’arbitro australiano era stato accusato il 15 giugno di aver fatto il gesto legato al “white power” – ovvero al suprematismo bianco e agli ambienti di estrema destra.
POLÉMICA POR GESTO DE ASISTENTE VAR 😳
Durante la presentación del equipo VAR, el árbitro australiano Shaun Evans, realizó un gesto con su mano derecha que algunos vinculan con una connotación racista.@FIFAcom debería aclarar la situación cuanto antes.pic.twitter.com/9DGaViN9pO
— Arbitraje Uruguayo (@ArbitrajeU) June 14, 2026
Shaun Evans e il gesto dell’ok, cosa è successo
Tutto è nato durante Germania-Curaçao, quando le telecamere hanno inquadrato la sala Var e Evans mentre, con la mano destra accostata alla gamba, componeva un gesto simile a un “ok” rovesciato: pollice e indice uniti a formare un cerchio, le altre tre dita distese. Le immagini hanno fatto rapidamente il giro dei social, perché quello stesso gesto, negli ultimi anni, è stato associato in alcuni ambienti all’estrema destra e al suprematismo bianco, con la lettura delle tre dita aperte come una “W” di White e del cerchio tra pollice e indice come una “P” di Power. A pesare sul caso c’è un precedente: lo stesso gesto fu fatto da Brenton Tarrant, il suprematista australiano responsabile dell’attacco armato a due moschee in Nuova Zelanda nel 2019, in cui persero la vita decine di persone, durante una sua udienza in tribunale.
Di fronte al clamore mediatico, Evans ha diffuso una dichiarazione tramite la Fifa in cui ha respinto ogni interpretazione malevola. L’arbitro ha spiegato di non aver fatto consapevolmente o deliberatamente alcun simbolo legato a un’affiliazione, un’ideologia o un messaggio, sostenendo che si sia trattato di un tic nervoso involontario, di cui non si sarebbe nemmeno accorto. A sostegno della sua versione, ha sottolineato che le immagini successive della partita lo mostrano ripetere lo stesso movimento delle dita molte altre volte, semplicemente mentre teneva in mano una penna. Ha aggiunto di rammaricarsi per come il gesto sia stato letto, ma di voler essere chiaro sul fatto che non rispecchia in alcun modo chi è. La Commissione disciplinare, infatti, dopo l’indagine preliminare, ha preso atto della sua versione e ha chiuso il caso senza riscontrare alcuna violazione.
Il significato del gesto dell’ok
L’unione di pollice e indice a formare un “ok” è, in molti contesti, un segnale neutro per comunicare “va tutto bene”. Il valore del gesto cambia però a seconda dei contesti e dei codici culturali. I legali di Evans e la stessa nota dell’arbitro hanno sottolineato che il movimento può avere letture multiple e che assume rilievo quando avviene durante un Mondiale e viene rilanciato rapidamente sui social. In Brasile, Germania e Russia, ad esempio, lo stesso gesto può essere percepito come un’allusione volgare a un orifizio corporeo, come scoprì a sue spese il presidente americano Richard Nixon durante una visita in Brasile negli anni Cinquanta.
In Giappone viene usato per indicare il denaro, in Francia il numero zero, in Turchia ha assunto anche una connotazione omofoba, mentre in alcuni paesi del Golfo, come il Kuwait, viene associato al malocchio.
Come è nata l’associazione con il “white power”
La lettura del gesto come simbolo legato alla supremazia bianca ha un’origine ben documentata. Tutto risale al 2017, quando un gruppo di utenti del forum anonimo 4chan lanciò una campagna di trolling di massa per far credere che il segno OK fosse in realtà un codice segreto per “white power”. L’obiettivo della burla, secondo quanto ricostruito dall’Anti-Defamation League (ADL), l’organizzazione statunitense che monitora i simboli d’odio, era spingere i media e gli ambienti progressisti a una reazione eccessiva, facendoli sembrare ridicoli per aver condannato un’immagine in realtà innocua.
Secondo l’ADL, però, almeno una parte degli ambienti supremazisti ha finito per adottare davvero il gesto come espressione sincera delle proprie idee, abbandonando l’intento ironico originario. È per questo che nel 2019 l’organizzazione ha inserito il simbolo dell’ok nel proprio database dei simboli d’odio, accanto a croci uncinate e bandiere confederate, sottolineando che il contesto resta sempre decisivo: nella stragrande maggioranza dei casi, chi fa quel gesto continua semplicemente a voler dire “va tutto bene”.
