Le infezioni correlate all’assistenza restano una delle principali criticità della sanità pubblica italiana. A richiamare l’attenzione sul tema sono stati esperti, rappresentanti del mondo sanitario e responsabili di strutture assistenziali riuniti a Roma, all’Auditorium Aurelia, nell’ambito del convegno “Colpa grave e rivalsa nella responsabilità sanitaria”. Al centro del confronto, la necessità di rafforzare la prevenzione, migliorare i sistemi di sorveglianza e introdurre strumenti di certificazione indipendente capaci di misurare in modo concreto la sicurezza delle cure.
Le infezioni correlate all’assistenza e il rischio antibiotico-resistenza
Secondo Giovanni Rezza, esperto di Igiene e Sanità Pubblica, le infezioni correlate all’assistenza rappresentano un’emergenza ancora troppo sottovalutata, con una prevalenza che può arrivare fino all’8% tra i pazienti ricoverati. Il problema non riguarda soltanto il singolo episodio infettivo, ma si intreccia con una delle sfide più complesse della medicina contemporanea: l’antibiotico-resistenza.
Rezza ha sottolineato il legame tra infezioni nosocomiali e batteri resistenti, citando microrganismi come Klebsiella e Pseudomonas aeruginosa, particolarmente problematici soprattutto nei reparti più delicati, a partire dalle terapie intensive. In questi contesti, la fragilità dei pazienti, l’uso di dispositivi invasivi e la pressione antibiotica rendono più difficile la gestione del rischio infettivo.
Sulla stessa linea Massimo Andreoni, direttore scientifico della Simit, che ha definito le infezioni correlate all’assistenza una “pandemia silente”. Secondo Andreoni, il fenomeno sarebbe responsabile di oltre mille morti al mese in Italia. Da qui la richiesta di strumenti più efficaci per la prevenzione e il controllo, ma anche di un impegno più forte da parte delle istituzioni per sostenere iniziative capaci di alzare gli standard di sicurezza.
La certificazione come strumento di trasparenza
Uno dei punti centrali emersi dal convegno riguarda la certificazione di “Struttura Sanitaria Sicura”, promossa da Nomos e validata da Dasa-Rägister S.p.A. Il modello, illustrato da Raffaele Marciano, si fonda su tre pilastri: requisiti ispirati agli standard dell’Organizzazione mondiale della sanità, sistema di gestione aziendale e organismo di certificazione indipendente.
L’obiettivo è superare una logica puramente autoreferenziale, introducendo verifiche esterne e un monitoraggio costante delle procedure adottate dalle strutture. La certificazione non viene presentata come un semplice bollino, ma come un percorso di miglioramento continuo, utile sia per rafforzare la fiducia dei pazienti sia per sostenere il lavoro degli operatori sanitari.
Eleonora Felici ha evidenziato proprio questo aspetto: il rilascio del marchio “Struttura Sanitaria Sicura” arriva al termine di un processo strutturato, ma non ne rappresenta la conclusione. Dopo l’implementazione del sistema sono infatti previsti audit e verifiche annuali, pensati per garantire nel tempo l’efficacia delle misure adottate e la loro capacità di rispondere a un rischio in continua evoluzione.
Il caso dei Camilliani e la responsabilità delle strutture
A portare l’esperienza delle strutture religiose è stato Michele Bellomo, direttore generale della Provincia Romana dei Camilliani. Bellomo ha definito la certificazione un valore aggiunto per il sistema sanitario e una garanzia concreta per i pazienti, sottolineando come la sicurezza delle cure debba essere considerata una responsabilità condivisa tra amministratori, professionisti e organizzazioni.
Il riconoscimento ottenuto dalle strutture dell’ordine religioso, ha spiegato, rappresenta un motivo di orgoglio ma anche un impegno ulteriore verso pazienti, famiglie e operatori. La certificazione si inserisce infatti in un quadro più ampio, che comprende accreditamenti istituzionali e sistemi di qualità, rafforzando il principio di trasparenza nella gestione del rischio clinico.
La prospettiva indicata durante il convegno è quella di una diffusione più ampia del modello a livello nazionale. In un sistema sanitario chiamato a confrontarsi con infezioni ospedaliere, antibiotico-resistenza e responsabilità professionale, la prevenzione non può essere considerata un adempimento formale. Diventa, piuttosto, una condizione essenziale per garantire cure più sicure e ricostruire un rapporto di fiducia tra strutture sanitarie e cittadini.
