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Referendum in Svizzera, respinta l’iniziativa Udc: niente tetto a 10 milioni di abitanti

Il No trionfa con il 54,8% dei voti: la Svizzera francese e le grandi città bocciano la proposta dell'Unione Democratica di Centro, il partito che dal 1996 ha portato alle urne venti iniziative sull'immigrazione

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Svizzera, vince il no al referendum - nella foto, delle schede per il voto popolare in Svizzera

Schede per il voto popolare in Svizzera | Federal Chancellery (Switzerland). — Public domain — via Wikimedia Commons (https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=51725337)

Giulia Camuffo di Giulia Camuffo

Classe 2003, Veneta trapiantata a Milano. Ho studiato Relazioni Internazionali e iniziato a scrivere documentando le manifestazioni sul territorio Lombardo. Collaboro con l’agenzia Alanews e con il magazine indipendente Scomodo.

15 giugno 2026 – Gli elettori svizzeri hanno respinto l’iniziativa popolare “No a una Svizzera da 10 milioni!” promossa dall’Udc – Unione democratica di centro. La proposta, nata con l’obiettivo dichiarato di frenare l’immigrazione, mirava a fissare nella Costituzione un tetto di dieci milioni di residenti permanenti entro il 2050 e prevedeva misure restrittive nei settori dell’asilo e del ricongiungimento familiare se si fosse superata la soglia dei 9,5 milioni.

La vittoria del No al referendum anti-immigrazione

I risultati definitivi hanno dato il “no” al 54,8% dei voti; il rifiuto è prevalso nella Svizzera francese e nelle principali città, mentre in vari cantoni della Svizzera tedesca e in Ticino si sono registrate maggioranze favorevoli. Governo, Parlamento e rappresentanti del mondo economico avevano invitato a respingere la proposta, avvertendo possibili ripercussioni sul mercato del lavoro, sul sistema sanitario e sui rapporti bilaterali con Bruxelles. Al centro della proposta c’era la soglia intermedia di 9,5 milioni: se la popolazione avesse superato quella cifra prima del 2050, il Consiglio federale e il Parlamento sarebbero stati obbligati ad adottare provvedimenti nei settori dell’asilo e del ricongiungimento familiare. Il testo non elencava tutti gli strumenti operativi; i promotori facevano riferimento a misure legislative e amministrative mirate a ridurre i flussi e a limitare gli ingressi e hanno inoltre richiamato il trend demografico degli ultimi decenni per motivare il tetto. La campagna citava la crescita della popolazione dalla fine degli anni 1990 e la quota relativamente alta di residenti stranieri.

Reazioni di governo, imprese e settore sanitario

Il governo e la maggioranza del Parlamento avevano invitato a respingere l’iniziativa e hanno visto confermata la loro posizione alle urne. Associazioni d’impresa e grandi gruppi avevano segnalato rischi per la competitività e per i settori che dipendono da lavoratori stranieri qualificati e non qualificati; anche operatori sanitari avevano espresso preoccupazioni, ricordando che una quota significativa del personale medico e infermieristico in Svizzera è di nazionalità estera. L’Udc ha difeso l’iniziativa come strumento per garantire una “sostenibilità” demografica e tutelare le infrastrutture; dopo il voto il partito ha annunciato che continuerà a portare il tema all’attenzione dell’opinione pubblica e degli elettori.

La Svizzera e la democrazia diretta: un sistema unico al mondo

Quello di domenica non è un episodio isolato, ma l’ultimo capitolo di un dibattito che accompagna la Svizzera da decenni, portato avanti dall’Udc – il principale partito della destra svizzera e il più votato del paese da oltre vent’anni. Fondato nella forma attuale nel 1971, ha conosciuto la sua ascesa elettorale a partire dagli anni Novanta sotto la guida del miliardario zurighese Christoph Blocher, che ne ha trasformato il profilo da partito rurale e moderato a forza nazionalista e sovranista di massa.

Il partito si caratterizza per posizioni fortemente restrittive sull’immigrazione, l’opposizione a qualsiasi forma di integrazione con l’Unione europea e la difesa della neutralità svizzera: l’iniziativa di domenica è l’ultimo di una lunga serie di tentativi di tradurre questa agenda direttamente in Costituzione.

Ci riesce perché la Svizzera è una democrazia diretta in cui le iniziative popolari hanno un ruolo centrale nella vita politica: per modificare la Costituzione bastano 100.000 firme, una soglia relativamente bassa che consente a partiti e movimenti civici di portare qualsiasi tema direttamente davanti agli elettori, bypassando il Parlamento. Il risultato è che i cittadini svizzeri vengono chiamati alle urne più volte l’anno su questioni che spaziano dalla politica fiscale alla sanità, dall’ambiente all’immigrazione — un meccanismo senza equivalenti in Europa occidentale, che trasforma ogni dibattito politico in un potenziale referendum.

Svizzera, il voto nel contesto dei referendum sull’immigrazione

ll risultato di domenica si inserisce in una lunga serie di consultazioni popolari sul tema. In sessant’anni si sono susseguite venti iniziative con esiti alterni, a testimonianza di come l’immigrazione sia il terreno su cui l’UDC ha costruito la propria identità politica e la propria capacità di mobilitazione, indipendentemente dall’esito delle urne.

I primi tentativi risalgono agli anni Novanta: nel 1996 un’iniziativa contro l’immigrazione clandestina fu respinta con il 54% di no, e nel 2000 quella che voleva fissare un tetto del 18% alla quota di stranieri residenti – in un paese dove già allora gli stranieri erano circa un quinto della popolazione – fu bocciata con il 64% di no, la sconfitta più netta della serie. Nel 2002 un’altra proposta dell’UDC sul diritto d’asilo fu respinta per soli due decimali: 50,1% di no.

Il caso più rilevante come precedente diretto rimane il 2014, quando l’iniziativa “contro l’immigrazione di massa” ottenne il risultato opposto: fu approvata con il 50,3% dei voti e 17 cantoni favorevoli su 26, la maggioranza minima necessaria. Una vittoria di misura che però si rivelò quasi impossibile da tradurre in legge: il testo chiedeva l’introduzione di quote annuali per limitare gli ingressi dall’estero, misura incompatibile con l’accordo sulla libera circolazione firmato con l’Unione europea. Dopo anni di negoziati con Bruxelles, il Parlamento svizzero approvò una versione molto annacquata della norma. L’episodio dimostrò che vincere un referendum non equivale necessariamente a cambiare la realtà, quando i vincoli internazionali sono in gioco.

Nel 2020, infine, gli elettori respinsero un’altra iniziativa dell’UDC che chiedeva di porre fine tout court alla libera circolazione delle persone con l’Europa – un’ipotesi paragonata per portata alla Brexit britannica – con il 63% di no, la bocciatura più larga degli ultimi anni. Il voto di domenica si colloca dunque in questa sequenza: l’UDC propone, gli elettori valutano, e anche quando dicono no il tema resta al centro del dibattito politico svizzero.

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