Undici giorni in aula, poi la sentenza: Elon Musk perde la causa contro Sam Altman e OpenAI. A Oakland, la giuria ha deciso che le accuse erano troppo vecchie per essere prese in considerazione, superando il limite legale dei tre anni. Così, tutte le rivendicazioni di Musk sono state annullate. Il nodo della disputa? Visioni opposte sul futuro di OpenAI, la società di intelligenza artificiale nata nel 2015, a cui Musk aveva contribuito sin dall’inizio.
Il nodo della questione è tutto nelle divergenze tra Musk e Altman sull’identità dell’azienda. Musk ha accusato i dirigenti di OpenAI, e in particolare Altman, di aver tradito l’impegno di mantenere l’organizzazione come un ente no-profit votato al bene comune. Secondo lui, invece, la società si sarebbe spostata verso interessi più commerciali, con arricchimenti personali a discapito della missione originaria. Altman ha risposto dicendo che Musk ha mollato il progetto perché non ha potuto prenderne il controllo, dando così il via allo scontro legale.
Nel 2024, la querelle è sfociata in una causa in cui Musk ha trascinato in tribunale OpenAI, Altman e anche Microsoft, che dal 2019 è uno degli investitori principali. La denuncia puntava il dito contro una presunta violazione dell’accordo che voleva OpenAI mantenuta come organizzazione no-profit. Musk sosteneva che Microsoft avesse in qualche modo favorito questa svolta.
La causa Musk OpenAI e la difesa
La posta in gioco era alta. Musk chiedeva che OpenAI e Microsoft restituissero fino a 134 miliardi di dollari, definiti da lui come «guadagni illeciti» ottenuti con la trasformazione dell’azienda in una realtà a scopo di lucro. Voleva anche la rimozione di Sam Altman e Greg Brockman dalla guida e l’annullamento della ristrutturazione del 2025 che aveva permesso l’espansione commerciale.
Durante il processo, Musk ha sottolineato di aver donato circa 38 milioni di dollari nel corso degli anni, convinto di investire in un’intelligenza artificiale a beneficio dell’umanità. Ha chiarito che qualsiasi somma recuperata sarebbe destinata all’ente benefico OpenAI, e non a lui personalmente.
Gli avvocati della società hanno risposto che le donazioni di Musk non avevano vincoli particolari e che il cambio di modello era necessario per competere con DeepMind, la divisione AI di Google, che dispone di risorse e tecnologie molto più ampie.
Al momento non ci sono novità dopo la sentenza, ma il caso continua a far discutere su come dovranno muoversi le startup tecnologiche che lavorano sull’intelligenza artificiale e sul loro futuro.
