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Chiesto il rinvio a giudizio per Laudati e Striano nell’inchiesta Antimafia sui dossieraggi

La Procura di Roma indaga su un presunto accesso illecito a banche dati antimafia, coinvolgendo ex magistrati e giornalisti. Il caso solleva questioni su privacy e diritto d'informazione

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Andrea Casamassima di Andrea Casamassima

La Procura di Roma ha messo nel mirino un presunto sistema illecito che avrebbe permesso l’accesso a banche dati riservate, contenenti informazioni su indagini delicate contro la criminalità organizzata e il riciclaggio di denaro. Pasquale Striano, un finanziere, e Antonio Laudati, ex sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia, sono stati raggiunti da una richiesta di rinvio a giudizio. Ma non sono gli unici: anche alcuni giornalisti sono sospettati di aver ricevuto dati sensibili ottenuti in modo illegale. Dietro questa vicenda c’è un nodo complesso, quello tra la protezione delle indagini e il diritto dei cittadini a essere informati. Ora tutto è nelle mani del giudice dell’udienza preliminare.

L’inchiesta ruota attorno a quella che i pm di piazzale Clodio definiscono una “consultazione compulsiva” di banche dati ad altissima riservatezza della Direzione nazionale antimafia. Striano, a capo del gruppo SOS , e Laudati sono accusati di aver effettuato numerosi accessi senza autorizzazione, estraendo dati personali e finanziari di personaggi pubblici senza alcuna giustificazione investigativa. Queste informazioni sarebbero poi finite fuori dai canali ufficiali, alimentando fughe di notizie su indagini ancora in corso.

Gli archivi violati contengono dati fondamentali per combattere mafia e riciclaggio: denunce, segnalazioni, rapporti riservati. Tra le persone coinvolte figurano politici di spicco come il ministro della Difesa Guido Crosetto, il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara e l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi. Non mancano nomi dal mondo dello sport, come l’allenatore del Milan, Massimiliano Allegri. La mole di documenti consultati e scaricati supera i 200mila, una cifra che solleva più di qualche sospetto sull’uso improprio di questi dati. Le indagini si sono allargate nel tempo per capire fino a che punto si sia spinto questo fenomeno.

Striano e Laudati al centro dell’inchiesta: accuse pesanti e procedimento delicato

Per gli inquirenti, Striano e Laudati hanno avuto un ruolo centrale nel maneggiare e diffondere informazioni riservate. Sono accusati di accesso abusivo a sistemi informatici, violazione del segreto d’ufficio e abuso d’ufficio. Il procedimento, coordinato dall’aggiunto Giuseppe De Falco, è stato trasferito da Perugia a Roma dopo una sentenza della Corte di Cassazione che ha ridefinito alcuni aspetti legali legati alle intercettazioni e ai diritti degli indagati.

Le difese hanno sollevato eccezioni procedurali, accolte in prima battuta dal giudice per le indagini preliminari e dal Tribunale del Riesame. Nonostante ciò, l’accusa resta pesante, soprattutto per le modalità con cui i dati investigativi sono stati acquisiti e diffusi. La magistratura sta anche indagando su eventuali mancanze nei controlli interni del sistema di accesso alle banche dati antimafia, fattore che avrebbe favorito le violazioni.

Nel corso delle indagini, la Procura ha approfondito il “sistema delle fughe di notizie” e il possibile coinvolgimento di altre persone. Questo caso riporta al centro un nodo cruciale: come proteggere le informazioni giudiziarie senza soffocare il diritto a un’informazione libera.

Giornalisti indagati per accesso abusivo: il confine tra stampa e segreti investigativi

Tra i circa venti indagati ci sono anche giornalisti di testate nazionali, inclusi tre cronisti del quotidiano Domani. Sono accusati di concorso in accesso abusivo ai sistemi informatici, perché avrebbero ricevuto e utilizzato dati riservati senza averne diritto. La Procura, però, ha già chiesto l’archiviazione per uno di loro, dimostrando che le responsabilità non sono uguali per tutti i coinvolti.

Questo aspetto riporta al centro il dibattito sul delicato equilibrio tra diritto di cronaca e tutela delle fonti riservate. Il caso ha acceso un confronto sul ruolo della stampa quando entra in possesso di informazioni riservate, sull’etica giornalistica e su come evitare che l’accesso illecito ai dati comprometta la credibilità delle indagini in corso. La vicenda sottolinea quanto sia importante rispettare limiti legali e morali sia nelle indagini sia nel lavoro dei giornalisti.

Ora la palla passa al giudice, che dovrà decidere se mandare a processo o meno gli imputati, valutando le prove raccolte e le ragioni della Procura di Roma. Un procedimento che tocca temi sensibili come la sicurezza nazionale, la giustizia e il diritto del pubblico a essere informato.

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